La ragazza delle arance. 

Del “Mondo di Sofia”, oltre al racconto della storia della filosofia in termini semplici ma non banali, mi era piaciuto molto il gioco creato da Gaarder tra Sofia e Matilde, e il fatto che tutto il racconto della storia della filosofia occidentale fosse scritto dal padre di Sofia. 

Nella “Ragazza delle Arance” (J.Gaarder, 2004) c’è un’altra lunga lettera, scritta da un padre a suo figlio, che però la ritrova e legge diversi anni dopo la morte del padre stesso. 

È una storia dolce, romantica, ma non melensa. C’è dentro parecchia filosofia, di quella che per dirla con De Botton, offre molte più consolazioni della psicologia, c’è un po’ dell’animismo spinoziano, e il sublime di Kant. 

È un canto di amore per la vita e per la capacità di continuare a stupirsi sempre, di trovare la favola in ogni piccola cosa, è un inno al coraggio di vivere, di andare avanti, senza dimenticare ciò che è stato, ma traendone forza e speranza, questo libro. C’è un senso nella vita, nonostante tutte le domande che rimangono senza risposta, sussurra Gaarder. E lo fa con la dolcezza di un padre che osserva il proprio figlio da lontano, indicando la via e insieme lasciando che cammini da solo nell’infinita bellezza di un universo pieno di stelle. 

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