Un incantevole aprile. 

Accade, ogni tanto, di imbattersi in quel particolare tipo di libri che amiamo così tanto da temere che non ne scriveranno mai più, non fosse altro perché la maggior parte degli autori è già morta e sepolta da anni.

 Io sono una lettrice abbastanza onnivora, eppure esiste un genere di libro che preferisco in assoluto, a prescindere dal mio assai mutevole stato emotivo, e si tratta del classico romanzo inglese. Anche americano, se vogliamo considerare l’Henry James del “Ritratto di signora” che comunque rientra a pieno titolo nel canone letterario inglese. Ho già scritto in passato dei libri di Winifred Wolfe, e del meraviglioso Lucia a Londra, di Benson, capolavoro di sense of humour squisitamente britannico, ma in questo momento penso più al Morgan Foster di Camera con vista, oltre appunto alla Isabel Archer di James, con sullo sfondo un’Italia a dir poco idealizzata, ma comunque bucolica ed esotica quanto basta per trasformare la più acida figlia della perfida Albione in una autentica rosa d’Inghilterra degna delle cime più tempestose e dei Rochester più appassionati. 
“Un incantevole aprile” è uno di questi inattesi gioiellini che, con il semplice trucco di trasportare delle donne inglesi in Italia, riescono a farle sbocciare una pagina dopo l’altra, alternando al romanticismo il classico gusto per l’understatement e la costante, lieve ironia che è quintessenza stessa della letteratura d’oltremanica. È molto significativo che spesso, per poter essere romantiche senza risultare sconvenienti le donne inglesi debbano trovarsi all’estero, in Italia, in India, in Africa. (A volte mi chiedo se lo scandalo dell’Amante di Lady Chatterley non sarebbe stato minore se Constance e Mellors fossero caduti uno tra le braccia dell’altra nel lascivo sud della Spagna, per esempio. Ma sto -come sempre-divagando.) 

Quattro signore londinesi trascorrono una vacanza di altrettante settimane in un castello sulla costa ligure, ciascuna in fuga temporanea da  una diversa eppure equivalente infelicità. Diffidenti l’una verso l’altra, rigide e schive nei primi giorni, si lasciano presto addolcire dall’incredibile bellezza del luogo, avvicinandosi e riconciliandosi tra loro, ma soprattutto con le vite che tanto le avevano rese insoddisfatte. 
Non manca qualche allegro colpo di scena, come è appropriato per la commedia inglese dal caro e (mai) vecchio Shakespeare della Bisbetica Domata al frizzante Wilde dell’importanza di chiamarsi Ernesto, ma umorismo e delicatezza della penna di Arnim raccontano lo svolgersi dei fatti con la piacevolezza di un gradevole acquerello a tinte vivaci. È un libro leggero senza essere frivolo e vacuo come troppa narrativa femminile contemporanea, rimane abbastanza letterario, ma neppure per un istante pomposo o pedante. 

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