Aptang&Amado.

A definitiva riprova della controversa teoria del surriscaldamento terrestre vi è l’anticipo sempre maggiore con cui di anno in anno si verifica la mia inevitabile prima ustione: credo che il 14 aprile rappresenti un record assoluto, e ho la pelle del viso che sembra essersi ristretta. Sono vagamente fuxia, il che sarebbe molto più natalizio che pasquale, ma non si può mica aver tutto dalla vita. 

Il lato positivo sono le lentiggini, che spuntano immediatamente e a me piacciono assaje. Il contrappasso sono i capelli, la cui colorazione rosso rame sta inesorabilmente virando di nuovo verso il biondo. Sarei tentata di sventolare bandiera bianca e arrendermi alla mia biondaggine, eppure no, non posso. Non dopo i duecento euro evaporati nel vano tentativo di spiegare a un analista che no, non c’è nulla di edipico se ho deciso di colorarmi i capelli di rosso come la copertina dell’ultimo Pamuk, sapendo che comunque scaricano molto e dopo sole tre settimane in cui sembravo Milva, ecco, potevo aspirare a un rosso normale, e dopo sei, a un biondo ramato. 

Sono priorità. 

Comunque lentiggini, capelli biondo rame, scarpe da corsa e marsupio ultraleggero, cuffie, ho tutto. Domani mattina si corre al mare, e pure la mattina seguente, e quella dopo ancora, il che, sul lungomare, ha molteplici effetti rinvigorenti sul mio corpo e (soprattutto) sul mio spirito.

Sto leggendo meno del solito, ultimamente. Ho meno tempo, lo spreco di più, trovo meno occasioni irrinunciabili sugli store online, (e io ho un livello di irrinunciabilitá abbastanza basso da superare), ma soprattutto fatico a concentrarmi. 

Di recente ho letto Sete, ultimo uscito del norvegese Jo Nesbø e primo suo che abbia mai letto, e mi è piaciuto abbastanza. I nordici sono bravi con il thriller, ho pensato, e mi è venuta voglia di leggere Il Senso di Smilla per la neve, di Høeg. Che il segreto stia nell’aptang*? Anche Søren Kierkegaard ce l’ha, e infatti il Diario di un seduttore è un capolavoro. Avessi un club del libro, potremmo leggere solo libri di scrittori con la ø nel nome, un criterio assolutamente illogico di selezione, quindi perfetto. 

Stavo leggiucchiando L’avvocato di strada di J.Grisham, ma non so se mi sembra di averlo già letto perchè i suoi si somigliano tutti o perché l’ho già letto davvero, credo la seconda. In ogni caso è una fotocopia passata a Photoshop dell’Uomo della Pioggia. 

Insoddisfatta di Grisham, da infedele quale sono l’ho abbandonato su due piedi e mi sono imbattuta in un brasiliano che amo incondizionatamente da quando l’ho riscoperto, di recente, un po’ grazie alle offerte del giorno su Kobobooks (Dona Flor e i suo due mariti) e un po’  grazie al consiglio di un conoscente che ha vissuto qualche anno in Brasile e mi ha suggerito Terre del Finimondo, sulle selvagge terre strappate alla foresta per farne piantagioni di cacao, e la durissima vita dei fazendeiros: Jorge Amado. Che come si nota, non ha aptang, quindi non scrive thriller nordici. Da Oslo a Bahia, senza Concorde.

Comunque ora di Amado ho iniziato I guardiani della notte, e dentro c’è tutto il sensuale amore per la vita del cantore di Bahia, mescolato alla sua ironia e insieme sagacia nel dipingere a tratti vivaci e insieme indulgenti un popolo, quello brasiliano, molto più eterogeneo e complesso di quanto possa sembrare. 

Cristianesimo e santeria, caporali e prostitute, comunione e candomblè, negri, mulatte, bianchi, cachaça e carte da gioco, passioni e gelosie, poesia e saggezza di strada, tutto si mescola nelle storie della gente che racconta Amado, e ti fa ammalare di mal di Brasile. Mi dispiace molto non leggerlo in lingua originale, che non conosco abbastanza, ma che mi piace quasi più dello spagnolo; la traduzione, comunque, lascia intatto molto dell’originale, con ampie note a margine. 

Bello, anzi, bellø.

*La ø, che fa tanto IKEA e un po’ isole Fær Øer, sulle quali forse non mi ustionerei neppure al 14 agosto, e chiudiamo il cerchio anche di questo post. 

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