Carta di Scarpa, di scarpe e di carte. 

Capita che durante il giorno mi vengano in mente numerosi argomenti sui quali mi riprometto di scrivere, ma che poi la sera non mi riesca più a ricordare il filo che in qualche modo riusciva a collegarli uno all’altro. Non che i miei post seguano necessariamente una logica, anzi, non lo fanno quasi mai. Il fatto è che procedo costantemente per libera associazione, lo faccio sia scrivendo che parlando, e chi mi conosce un po’ lo sa, che salto di palo in frasca. Sempre & comunque, è più forte di me. 

Al primo anno di lingue i corsi di letteratura erano completati da un ciclo di conferenze su fabula e intreccio, sul testo che deve essere coerente e coeso, roba che allora sembrava piuttosto noiosa e inutile ma che adesso invece ha più di uno sporco perché, volendo io essenzialmente provare a scrivere con un minimo di decenza, e ho letto diversi manuali di scrittura anche dopo, evidentemente invano.

Gli argomenti di enorme portata culturale e immenso interesse popolare che avrei voluto approfondire su questi schermi stasera erano fondamentalmente due. 

Il primo riguardava le scarpe di tela bianca tipo Superga, che secondo me sono davvero una grande responsabilità e un impegno non da poco, perché devono sempre essere candide, il che nel mio caso implicherebbe una lavatrice ogni dieci minuti. 

Ne ho comunque comprato un paio di recente, perché stanno molto bene con dei jeans azzurri e una maglietta a righe con il collo a barchetta, e il golfino rosso che posso portare di nuovo visto che i miei capelli non ne vogliono sapere di restare rossi e tornano inevitabilmente biondi. 
Tutto questo perché l’altro giorno ho visto da una blogger la foto del manuale di stile di Ines de la Fressange e me lo voglio comprare, ma ci sarebbe anche il ciclo dei Cazalet di Fazi Editori e niente, mi piacciono troppi libri.


Il secondo argomento riguardava invece le carte da gioco trevisane: capite che con le scarpe bianche c’entra come i cavoli a merenda, e io avevo davvero bisogno di questa cornice di finta autocritica sulla mia totale incoerenza e incoesione per piazzare lì le due cose impunemente. 
Il fatto è che il seienne si sta appassionando ai giochi come scacchi, dama, tria e anche alle carte. Abbiamo consumato un mazzo di carte da UNO, con il risultato che ora anche il piccoletto sa giocare e leggere i numeri, e ne abbiamo preso uno di quelle trevisane. Gli piace molto giocare a cavacamisa (piace anche a me, ma un altra versione però, da grandi) e anche a una versione semplificata di pampalugo, che consiste nel dividere il mazzo a metà e gettare una carta a turno sul tavolo finché appunto non esce il pampalugo,  al che si grida forte forte PAMPALUGO!!, parola che genera invariabilmente una scrosciante e incontenibile ilarità nel piccolo. 

Erano molti anni che non giocavo a cavacamisa, mi è tornato in mente mio nonno Luigi, padre di mio padre, che mi insegnò, da piccola, e si divertiva come un matto a barare vigliaccamente per farmi perdere. E poi mi è tornata in mente mia nonna, di cui a inizio giugno festeggiamo le 96 primavere, che usava le figure delle carte trevigiane per leggere il futuro. 

Mi ricordo ancora il significato di alcune delle carte, da una veloce ricerca in rete ho appena scoperto però che ci sono molti modi di interrogarle e non trovo quello che utilizzava lei. A un certo punto ha smesso di farlo, dichiarandosi spaventatissima dalla sua eccessiva veggenza, e non ha voluto trasmettermi la sua sapienza. Ho però scansionato le ricette originali delle gaufres belghe, che richiedono una quantità mostruosa di uova e burro, ma sono l’apoteosi del confort food. Anche nel caso di responso negativo delle carte, ovviamente. 

In ogni caso sono molto affascinata da questa commistione di sacro e profano nelle anziane donne dei nostri luoghi, mi piace moltissimo questo attribuire alle carte intuizioni di psicologia e prossemica che probabilmente una bassa scolarizzazione non permetteva di riconoscere come tali, questo fascino per un tocco di esoterismo a cui -nonostante tutto il nostro scetticismo iper razionale del terzo millennio- non sappiamo ancora rinunciare, tanto è vero che più la Chiesa cattolica perde terreno, più ne acquistano ciarlatani, mistici da TV regionali e filosofie New Age di magia bianca, sette di invasati e dottrine di ogni tipo. Temiamo l’irrazionale, perciò ne siamo attratti, affascinati nostro malgrado, credo sia sempre stato così e sempre lo sarà, per quanto la scienza e la tecnologia possano fare progressi, per quanto gli dei possano cambiare nomi e riti, gli archetipi mitologici non spariranno mai, perché sono impressi nel subconscio collettivo in modo indelebile. 

Pensando al titolo di questo post, infine, mi giravano nella testa le carte e le scarpe, e Carta di Scarpa era il negozio di ottica dove aveva lavorato mia madre da ragazza e dove per molti anni abbiamo entrambe comprato gli occhiali, e mi è sembrato un ottimo modo per fingere di aver trovato ancora una volta, malgrado tutto, il trait d’union di questo mio vagabondare assorto. 

(E comunque è un blog, mica una testata giornalistica.) 

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