Egocentrica, autoriferita. Sto parlando di me, ovviamente.

Sono molto stanca. È una stanchezza un poco triste, sebbene non vi sia, almeno a livello razionale, alcuna ragione precisa per questo spleen fangoso in cui mi trascino da stamattina. (Zitto, subconscio, lascia fare, ssshhh).

Ieri sera c’è stata nel mio paese la prima serata di incontro con l’autore: avevo invitato Luca Valente, giornalista e divulgatore storico nonché autore del romanzo “Un posto migliore”; io, nonostante il terrore del palcoscenico, ho condotto una specie di intervista, che poi in realtà si è trasformata in ciò che speravo diventasse, ovvero una chiacchierata sui temi della letteratura, della storia, in generale della cosiddetta cultura. Abbiamo parlato del potere creativo della parola, di poesia, nel senso greco di poisesis, cioè appunto creazione. Di ispirazione e abbandono all’estasi del gesto artistico, tale per cui, dopo, l’autore stesso si sorprende di quanto in realtà fosse autenticamente sé stesso nel momento in cui, paradossalmente, usciva da sé per lasciar fluire liberamente la scrittura. 

Dopo la prima domanda mi sono dimenticata della gente, del microfono, delle gambe con le gonne che non sapevo bene come tenere, dei capelli, e ho lasciato che le cose andassero spontaneamente. Abbiamo citato Heidegger, Ungaretti, Primo Levi, le doppie spunte di WhatsApp, lo Spirito del Tempo di Hegel. Irene Nemirovski e Philip K.Dick, la fantascienza e gli Esercizi di Stile di Queneau. Le persone ascoltavano, non ho visto sbadigli, e poi hanno fatto domande, alcune a fuoco, altre parecchio meno. Eppure andava bene lo stesso, è emersa una profonda insoddisfazione nei confronti del sistema scolastico attuale, un tema che magari approfondiremo con un interlocutore adeguato durante un’altra serata. 

Mentre stavo su quel piccolo palco, privo di scenografia e molto semplice -è una chiesetta sconsacrata ora adibita a questo tipo di attività- mi sono resa conto all’improvviso di quanto mi piacesse starci. Nonostante la paura, la timidezza, la devastante consapevolezza che sarei venuta malissimo nelle foto. Mi piaceva che la gente fosse venuta ad ascoltare il “mio” autore, mi piacevano gli sguardi concentrati. Mi piaceva avere qualcosa da dire e scoprire che le parole giuste uscivano senza dubbi o garbugli di lingua. 

Di essere una persona molto egocentrica e autoriferita l’ho sempre saputo, neanche troppo in fondo: postare spesso sui social status anche abbastanza superficiali non è una richiesta di attenzione diversa dalla moltitudine di selfie provocanti che altre donne scelgono di condividere. Del resto, con il minimo sindacale di onestà intellettuale che sento di dovere ai miei ventiquattro lettori, non è difficile riconoscere che il fatto stesso di spiattellare allegramente i fatti miei su un blog personale sia innegabile conferma del mio bisogno di attenzione. Cambiano i mezzi, il codice, ma il fine è il medesimo, ovvero la costante necessità di approvazione, conferma quasi della nostra stessa esistenza. Ciò che è Altro da noi è sempre essenziale per autodefinirci, esistiamo nella misura in cui troviamo qualcosa da cui distinguerci e a cui contrapporci: senza relazione non c’è identità o consapevolezza, dobbiamo fare esperienza del mondo per tornare a definire i nostri personali confini. 

Era molto tempo che non parlavo in pubblico e avevo dimenticato quanto mi piacesse, nonostante l’irrazionale paura del ridicolo non mi abbandoni. Anche sapendo di essermi preparata, di aver studiato, anzi. Probabilmente è da lì che scaturisce l’adrenalina, se non c’è paura non c’è coraggio, dicono. Per me stare su quella sedia, indifesa davanti a un pubblico non ostile ma comunque estraneo, e impormi di mantenere la voce ferma, le idee lucide e il filo conduttore della serata sotto controllo ha rappresentato una sfida con me stessa che sono contenta di aver affrontato. Farlo parlando di argomenti che mi stanno molto a cuore, come la letteratura, la lettura, la scrittura, la poesia, una spruzzata di filosofia del linguaggio e un pizzico di attualità è stato molto motivante, coinvolgente, entusiasmante. Credo davvero che lo rifarò, e non mi importa poi molto se una considerevole parte del motivo per cui voglio farlo di nuovo riguarda l’ambizione personale, probabilmente per stare bene ho bisogno anche di quello, e se posso ottenerlo senza essere pesante o sgradevole, ma passando una piacevole serata con persone che condividono i miei interessi, beh, sarebbe anche sciocco non farlo. 

Almeno, credo. 

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