Era dai tempi di Bill Haydon che una talpa non era così affascinante. 

Finalmente una storia di spie nuove alla vecchia maniera, viene da pensare dopo l’ultima di duecentocinquanta pagine che si consumano d’un fiato in meno di due ore di lettura. 

Lui, lei, a cena insieme in California, estranei ma non troppo, sei anni dopo essere stati colleghi e amanti in Austria.

Tra una portata e l’altra, verità multistrato, in cui tutti sono uno, nessuno, centomila. Lontano dalla ormai gentrificata e definitivamente über hipster Berlino, Vienna offre quella nuance di Mitteleuropa perfetta per ricreare una Stazione di caro, vecchio spionaggio. Quello prima di Ground Zero, prima di Quantico e The Americans, quello di quando le spie dei libri spiavano e sparavano, invece di ammazzarci di psicoterapia delle relazioni. 

Ci si aspetterebbe quasi di veder spuntare uno dei lampionai di Toby Esterhase, perché il respiro è sovente il medesimo del miglior John Le Carrè, e di qualche Forsyth d’annata. 

Chi intrappola chi? Che cosa è successo su quel volo 127? Celia ed Henry tornano indietro nel tempo, ricostruiscono dettagli, nomi, informazioni. Chi disse cosa, quando. La cena dura due ore e mezzo, la storia sei anni, più queste due ore e mezzo. Entrambi ci lasciano sospesi e appesi fino all’ultima pagina. Era dai tempi di Bill Haydon che una talpa non era così affascinante, e una copertina così perfidamente geniale da essere comprensibile solo dopo. Un po’ come la vita. 

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