Di frasi (non) a caso. 

Pochi giorni fa parlavo con una persona a cui voglio molto più che semplicemente bene del fatto che a volte ci imbattiamo in frasi, citazioni o pezzi di libri che sembrano volerci dare un messaggio preciso e quanto mai adeguato alle circostanze. 

Sì prova sempre un lieve stupore quando accade, dimenticando forse in parte che siamo noi a lasciare che ciò che in altre circostanze nemmeno ci fermeremmo a osservare, in determinati frangenti ci colpisca invece con sorprendente efficacia. 

Dice Anaïs Nin che non vediamo le cose come sono, ma come siamo, e questo vale anche per quello che leggiamo, vogliamo credere che avvenga per caso o per destino, o meglio ancora per una sorta di messaggio divino. 

Ai suoi tempi, naturalmente, non esisteva ancora il Mistero della Fede del terzo millennio, ovvero l’onnisciente e imprescrutabile algoritmo di Facebook, il quale, alimentato come è noto a biscottini, tutto sa, tutto registra, tutto vede e tutto filtra di conseguenza, annunci pubblicitari in primis, ma anche contenuti e immagini, annegando ciò che resta del nostro senso critico in una corrente di opinioni e idee che ci rassicurano, confermandoci che abbiamo ragione noi, che siamo dalla parte giusta, e noi si che vediamo che l’imperatore è nudo, ma non sempre ci è concesso modo di fermarci a riflettere se l’imperatore magari stavolta siamo noi. Sveglia!11!1

Ancor più orwelliano di Endemol, profondamente più efficace del KGB, assai più spietato del Mossad, l’algoritmo di Facebook ci conosce, ci segmenta, ci trasforma in linee di codice verdastro che scorrono veloci sui fotogrammi resi iconici dai fratelli Wachowski, Supremi Protettori e Influencer Ante Litteram del Lungo Impermeabile di Pelle Nero. 

Molto oltre Minority Report, attraverso la Psicostoria di Hari Seldon, siamo dentro Matrix, e la lucida follia di Philip K Dick non smette di stupire per la sua incredibile chiaroveggenza nell’ indicare come il futuro non si sarebbe evoluto all’esterno, verso i pianeti e le siderali distanze, bensì all’interno, dentro quadrati di silicio sempre più ridotti, con capacità di memoria in proporzione esponenzialmente inversa (e relativo, immediato nonché definitivo oblio dei dati, alla minima interferenza magnetica). 

Eppure mi ostino a credere, saldamente appigliata alla consolante illusione della letteratura, che vi sia del metodo in questa follia se -quando affaccio il mio viso giallognolo ai cinque pollici scarsi che rappresentano la mia finestra sul mondo piccolo e immenso del mondo come volontá e rappresentazione della Rete tessuta da moderne e assai più insidiose Parche- mi accade di leggere una frase piccola e insieme immensa che parla solo a me, poiché io sono unica e speciale, proprio come tutti voi altri. 

Parla di montagne, e già sembra più vera, e l’ho trovata su uno dei pochissimi Tumblr che valga la pena seguire, Vita con Lloyd. 

Dice così, e lo dice proprio a me. Proprio oggi. 

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