Shopping esistenzialista. 

A volte penso che la vita sia un po’ come un negozio di scarpe. Entri, piena di speranze, idee poche e ben confuse, pensi beh, sicuramente capirò a prima vista cosa mi serve, non appena lo vedo. 

Poi nei corridoi zeppi di irresistibili offerte inizi piano piano a realizzare come in effetti, purtroppo (da leggersi alla Leonardo Manera di Zelig, ovvero con pesante accento bresciano), ecco, no. Non so esattamente quando i produttori italiani, o meglio, cinesi, di scarpe abbiano stabilito equamente di smetterla una volta per tutte con il binomio gusto/portabilità, ma è un fatto che questo binomio sia rapidamente involuto in un legame semantico di proporzione inversa: se sono esteticamente decenti, sono scomodissime, se sono comode, siamo al reparto ortopedico terza età. 

Le scarpe sono importanti. Fondamentali, direi. Segnano letteralmente il passo con il quale affrontiamo ogni mattina il male di vivere. Parafrasando Carver, le scarpe sono tutto quello che abbiamo (per camminare nel viaggio del mondo) perciò è importante che siano quelle giuste. Avete mai provato a passare dodici ore di fiera a Rimini (non esattamente un polo di dimensioni contenute) nelle scarpe sbagliate? Io sì. Erano le 16.40 di lunedì pomeriggio, il giorno migliore per il business, peggiore per le inesperte commerciali, e io piangevo spiegando le meraviglie tecnologiche del sistema ionico brevettato per il rilevamento chimico-fisico delle molecole d’acqua libera ancora presenti nella massa da gelare in mantecazione a una signora che voleva aprire una catena di gelaterie a Milano, New York, Sydney, Hong Kong e Tokyo partendo da Castellammare di Stabia, e senza che io potessi fare nulla, lacrime di sofferenza acuta mi scendevano sulle gote. La signora non aprí nessuna gelateria, e ora è probabilmente campionessa provinciale di centrini all’uncinetto, ma quella sera ci riportò all’hotel il pasticciere Ugo, che poi sarebbe diventato un grande amico e collega, e io commisi l’imprudenza di togliere le scarpe in auto, per poi scoprire, all’arrivo, di non riuscire più a farvi entrare nuovamente i miei piedini, e percorsi tutto viale Ceccarini in calze nere a 15 denari, ovviamente smagliate, nella neve. Sono esperienze che ti segnano, nel bene e soprattutto nel male. 

Tutto ciò per dire che l’unico paio di sandali abbastanza eleganti, abbastanza bassi (ma non troppo), abbastanza portabili insomma, che  io abbia provato oggi (circa un centinaio, temo) costava come il Pil del Burkina Faso, e quindi no, e anche potendo permettermelo, onestamente, no. Ho inviato le carmelitane scalze, che avranno pure i loro problemi, ma se non altro quello delle scarpe forse no. Forse. 

È stato allora che ho capito il valore proprio esistenziale della mia peraltro vana Cerca del Graal, è come la vita. Se ti piace, costa tanto. Se ti piace e costa poco, non c’è il tuo numero. Se ti piace, costa poco e c’è il tuo numero, è merce difettosa. Se ti piace, c’è il tuo numero, costa poco e non è difettoso, la stronza prima di te sta provando l’ultimo paio. 

È un mondo difficile. Ma almeno ho risparmiato settecento euro (che non avrei speso mai, ma mi piace fingere di sì al solo fine di sentirmi straordinariamente virtuosa). 

Nb i sandali nell’immagine del post sono l’opposto esatto di ciò che cercavo io, va senza dire che ce n’erano sedici paia del mio numero, scontatissime. I denti, il pane. 

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