Quando eravamo povera gente. 

Succede, a volte, di imbattersi in libri che sono come tesori. Okay, ammetto che a me succede piuttosto spesso, o meglio, che mi riferisco in questi termini a parecchi dei libri di cui sproloquio in questa sede (qui, que, qua, quoque), però di Michela Murgia ne basta una, io continuo a scrivere solo di libri che mi piacciono, esagerando sempre e comunque con i preamboli. 

L’altro giorno, per una serie di motivi, mi è tornato in mente un brano letto moltissimi anni fa, sulle differenze lessicali che certi cronisti d’antan applicavano in funzione della classe sociale a cui appartenevano i protagonisti dell’articolo. Sembrava quasi Severgnini, ma ricordavo una prosa troppo elegantemente antiquata perché potesse veramente essere lui; mi è tornato in mente l’angolo del grande divano dei miei dove avevo letto quel brano e ho capito. Dalla libreria di mio padre, inesauribile fonte di gioia nei bui anni della mia adolescenza senza concerti,  ho recuperato un volumetto azzurro rilegato in brossura dalle pagine piacevolmente ingiallite dagli anni, il titolo è Impariamo l’italiano, di Cesare Marchi, uscito per Rizzoli nel 1984. Una lettura, direi, dolorosamente attuale, visto lo scempio a cui la nostra meravigliosa lingua è quotidianamente sottoposta sui social network. A pagina 188 finalmente, il brano che ricordavo, una citazione di Maurizio Dardano sul cosiddetto ridicolese, deliziosamente âgée eppure quanto mai attuale se pensiamo alle atroci email che arrivano da uffici stampa, responsabili marketing e compagnia bella, dove al posto dell’italiano pomposo è uno strano inglese a far da padrone, nel vano tentativo di mascherare la plateale inconsistenza. 

Ma eccolo, il brano, testimonianza dei tempo in cui esisteva un giornalismo senza quasi figure, avulso dai like e dai clic, ben più castranti da qualsivoglia velina di regime. 

Cercando invano questo libro in rete, prima di ricordarmi che lo avevo letto a casa dei miei, però, mi sono imbattuta in un altro volumetto, sempre di Marchi, che ho subito ordinato nella versione cartacea. Ieri è arrivato, insieme al libro del mio caro amico Visintin, i “Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi”, ed è un’autentica meraviglia: “Quanto eravamo povera gente”.  Marchi, letterato di origini venete, ci accompagna con sorridente e garbata ironia in un viaggio nei ricordi di un passato molto meno lontano di quanto i concitati ritmi del presente lascino supporre. Lungi dal cadere nella tentazione di idealizzare un passato che sembra migliore, semplicemente in quanto tale, Marchi riporta tradizioni, modi di dire, piccole avventure tipiche del Veneto polenton della prima metà del Novecento. Passatempi e scherzi ingenui di cui ancora rimane traccia nelle espressioni del dialetto contemporaneo, consuetudini e convenzioni sociali di un mondo piccolo e semplice. I fascisti, i tedeschi, i comunisti, i russi, l’olio di ricino e di fegato di merluzzo, la graspa, far su el porsel,  il contrabbando di frontiera prima della Grande Guerra,  i morosi sempre con il mocolo dietro, quando andare a casa di una (o discorrerghe) era per un uomo altrettanto vincolante, o quasi, delle nozze stesse. Le cantine, le uve deliziose del veronese, gli strafalcioni buffi a scuola, i personaggi strambi che comunque avevano un ruolo e uno spazio nell’equilibrio di paese, le canzoni, i campi. 

Manca, nella prosa elegante di Marchi, la condiscendenza venata di disprezzo con cui venivano guardati molti veneti, negli anni in cui a dispetto di Massimo D’Azeglio fu la televisione, a fare gli italiani, più che la scuola. 

Ho riso più volte, leggendo d’un fiato il libretto. Mi è parso, in alcuni istanti, di avere accanto il mio amato nonno Bruno, detto Visolo, che amava raccontare aneddoti del passato, della guerra, di quando andava al marcá, con su un paio di scomode sgalmare, a comprarsi pochi centesimi di carobole. Mi chiedeva sempre di portargli in dono un bel da gnente novo / col mánego de argento, o in alternativa, un chilo de carte da mille. 

C’è un po’ di mio nonno, nel libro di Marchi, e qualcosa di tutti noi, nipoti dei Veneti polentoni e figli del Nordest più sfrenato: c’è un subconscio collettivo di cui restano tracce nella lingua che ancora parliamo, e di cui, a dispetto dei sorrisetti milanesi dinanzi al saliscendi cantilenante del nostro inequivocabile accento, vergognarsi sarebbe davvero peccato mortale. 

Io so già a chi donare questo libro, perché ne apprezzerà ogni pagina forse anche più di me, ma lo consiglierei come lettura anche per i ragazzi delle medie e superiori, affamati di storie e di verità, a cui non possiamo fare dono più grande che un pezzo del complicato puzzle delle loro identità in costruzione. 

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