Vivere per raccontarla. 

Comprato d’impulso esclusivamente per via del prezzo ridottissimo su KoboStore abbinato a una copertina dalla grafica tutto sommato accattivante, è  il racconto autobiografico di Susan, una giovane e ingenua americana del Midwest in trasferta a Hong Kong per motivi di studio, la quale si innamora di un giovane cinese e lo sposa. 

Il libro manca clamorosamente di spessore e introspezione, eppure il ritmo veloce e insieme dettagliato cattura l’attenzione: pur trovando molto difficile immedesimarmi nelle scelte della protagonista, una dottoranda che non si pone neppure lontanamente il problema delle differenze culturali e senza esitare sposa un uomo delle campagne cinesi con il quale già nel fidanzamento non si intuisce comunque un amore travolgente, ho letto d’un fiato le pagine tanto piatte quanto disarmanti. 

Dalla disastrosa esperienza con i genitori di lui nella Cina rurale della fine degli anni ’90 fino alla cupa spirale di ingiustificate scene d’ira del marito, sinistri amici e sfumature di omosessualità nei rapporti di lui con loro, dai quali lei resta costantemente esclusa,  ricordano certi documentari in seconda serata su Sky in cui attori semifamosi narrano le sevizie psicologiche subite da Scientology. La tentazione, forte, è di dare una bella scrollata alla protagonista, ma insieme c’è il crescente bisogno di capire fino a che punto giungerà la sua sopportazione, e se c’è per lei una speranza di rinsavimento. Si salverà da sola, Susan? E quanto in fondo scenderà, prima di riuscire a darsi la spinta necessaria a tornare alla superficie, a fuggire via da un matrimonio angosciante? È Schadenfreude, è il gusto di sentirsi più furbe, di pensare che a noi non può succedere, è l’insidioso tarlo del dubbio che ci assale, quello di non essere immuni all’autodistruzione in nome di qualcosa che ci illudiamo di poter definire amore. 

Alcune pagine risultano fastidiosamente alienanti, quasi stentate, eppure tanto credibili quanto apparentemente inverosimili, a prova che la violenza psicologica tra le mura domestiche, a prescindere dalle differenze culturali, è un male sottile e acuto che ferisce in profondità.

L’epilogo, non senza momenti di tensione, si scioglie forse in modo affrettato, quasi l’autrice sentisse l’esigenza di concludere in fretta la seduta analitica finale e voltare pagina. È un libro intenso e strano, un libro che pur non brillando per costruzione e scrittura, costringe il lettore con le spalle al muro: disse qualcuno che il romanzo non è che un memoir con i nomi cambiati, ma qui anche quelli sono reali. 

Se non stonasse così tanto accostare Macondo a Macao verrebbe da pensare a Gabo, quando dice che la vita “non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”, e chiedersi se il distacco con cui lei racconta la sua allucinante esperienza non sia ancora più preoccupante. 

 

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