Un nome serio, un nome elegante. 

Lo avevano chiamato Anacleto: un nome serio, un nome da notabile, da impiegato di banca. Sono un uomo distinto, dal nome elegante, diceva. 

Poi i soldi per mandarlo a studiare, il ragazzo, i soldi non c’erano, e andò operaio. Grande lavoratore, uomo di principio, e un cuore troppo grande per una donna solamente. Le amava tutte, indistintamente. Grasse, magre, bionde, more. Di rosse, a quel tempo, ce n’erano poche, e che delizia il sapore di peccato bevuto dalle loro coppe, sospirava Anacleto. 

S’inamorava d’un sorriso, di una fossetta, della curva di un fianco. S’innamorava ogni giorno, lisciava i favoriti, brillantina Linetti sulle chiome ordinate, sguardo da impunito.  Fumava le Nazionali, ma baciava anche le straniere, indistintamente. 

Ebbe un figlio al ruscello, Teresa s’alzava le gonne per non infradiciarle, e strofinava i panni. La vide Anacleto, e di strofinare altro gli venne il pensiero: la saggezza di chi ha poco letto e molto vissuto gli aveva già insegnato da lungo tempo che nessuna tentazione è sconfitta se non dopo avervi gioiosamente ceduto, e strofinò se stesso su Teresa con l’impegno che un nome come il suo pretendeva. Lei per un istante abbandonò panni e liscivia, diceva ma che cosa fa e fingeva rossore, e lui sono operaio signorina, e lei oh, prego, continui, la sua virtù trascinata via fino a valle, e nessuno più ne ebbe notizia. 

Era fidanzata, Teresa, e nacque un bimbo, dopo nove mesi e appena sette di matrimonio, da tutto quello strofinare, aveva gli occhi di sua madre, dicevano tutti, e nessuno fece domande, per non rischiare che gli venisse risposto.

Amava l’amore, Anacleto, e ne dispensava con generosità. Nei fienili e tra i campi, e nei talami altrui. Ce lo raccontava, ridendo nelle sere di cortile, prima che arrivasse la televisione.  Le donne di casa versavano clinto e ostentavano scandalo, ma intanto ascoltavano, tra l’orgoglio della propria virtù e l’invidia del peccato altrui. 

Lui le accarezzava tutte con lo sguardo, negli occhi promesse, e continuava a raccontare di quella moretta, e dell’altra biondina. Imparai cos’era il sesso a scappellotti da mia madre, quando osavo chiedere troppo, e più forti quando non chiedevo niente, perché sapevo già troppo. 

Rideva, Anacleto, e si lisciava i favoriti, correva veloce per scappare dai mariti: trovava in fretta un rifugio sicuro, dentro un altro grembo, sotto un’altra gonna. 

Un giorno gli toccò di scappare davvero, prima a Torino, poi oltreconfine. Tornò  molti anni dopo, quando la mia innocenza era ormai già da tempo perduta spiando la vicina e il moroso far l’amore tra le vigne, e lui a correre in giro come un mona tirandosi su i calzoni, lei che ancora ride adesso, quando incrocia il mio sguardo. 

Tornò Anacleto che io ero un uomo,  e un vecchio lui, consumato di mal francese, eppure nello sguardo immutata la scintilla. Sospiravano ancora le vedove alla sua spruzzata di grigio, e le spose al vederlo passare, distinto e gentiluomo, un pirata e un signore, s’attardavano un poco alla finestra, poi pregavano la Vergine Maria, ho avuto pensieri impuri, mormoravano nel confessionale, cinque paternoster e dieci avemarie. 

Una sera non tornò più, Anacleto, lo seppellirono nel camposanto con un paio di benedizioni più del necessario, e due o tre di quelli che portavano la cassa che parevano lui più giovane. Venne dalla Francia la sua Madame, con il treno, andarono a prenderla a Vicenza, lei gli cucì piangendo un vestito  elegante e gli arrangiò la scriminatura a destra, un garofano nel taschino, poi chiusero in fretta il coperchio, avevano timore che strizzasse d’occhio anche da morto. 

Ma ne sarebbe stato orgoglioso, della figuretta che faceva, Anacleto. Sono un morto distinto, dal nome elegante, avrebbe detto di sé. 

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