Morire, forse. 

Ci hanno insegnato a condannare come vigliaccheria suprema il gesto di togliersi la vita, eppure ci vuole il coraggio estremo della disperazione più nera, e insieme abbastanza mestiere per costruire un’uscita di scena all’altezza, impiccandosi il giorno del compleanno del tuo miglior nemico. 

Ci hanno insegnato a disprezzare con ancora maggiore intensità quando a suicidarsi è uno famoso, uno ricco, come se non fosse più un diritto essere infelici oltre una certa soglia di reddito, come se fosse un insulto ancora più grave esserlo se non fai fatica ad arrivare a fine mese. Quando tutti ti conoscono, ma nessuno più si ricorda chi sei, quando nessuna sostanza riesce più a stordirti abbastanza da permetterti di dimenticarlo anche tu. 
Ci hanno insegnato anche che chi vuole veramente ammazzarsi ci riesce, che i tentativi falliti sono solo richieste d’aiuto fin troppo teatrali: la donna di Schio che più volte ha cercato la morte gettandosi sotto un auto, non voleva veramente morire, hanno detto, altrimenti ci sarebbe riuscita. La rockstar invece sì. 

Come se tutti avessero una trave a vista in cui far passare una cintura, come se in farmacia non fosse quasi impossibile avere un Aulin senza ricetta, figuriamoci il minimo sindacale di barbiturici necessario a comprare un biglietto indolore di sola andata.

La signora di Schio è sopravvissuta.  Di nuovo. Ci aveva già provato, hanno scritto, e se fosse un verbale d’udienza la stenografa si fermerebbe un istante con le mani a mezz’aria, per assicurarsi che l’idiota avvocato della controparte abbia davvero chiesto all’aspirante suicida se ci fosse mai riuscita, in sala un muto silenzio sbigottito, e il giudice che sollecita una risposta. La tragedia è sempre commedia vista da un’altra prospettiva, eppure nessuno ha voglia di ridere. 

Dopo mesi, la beffa estrema, 43 euro di multa. L’inferno è qui, ma solo i privilegiati riescono a corrompere un secondino per filarsela via. Agli altri, una multa, e il sarcastico disprezzo dei sommersi. 

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