L’albero zen. 

Il mio albero preferito, da sempre, si trova lungo una strada in collina poco lontano da casa mia. 

Se ne sta orgogliosamente solo in piena curva, sul ciglio della strada, a metà tra la terra e il cielo, e imperturbabile osserva le auto passare. Non è molto vecchio, eppure mi sembra incredibilmente saggio. Dev’essere per via di tutta la gente che ha visto passargli davanti, sempre diversa, e in fondo così uguale.  Dev’essere per via di tutto quel sole, della pioggia, del vento, della nebbia. Dev’essere che ha capito che non serve agitarsi tanto, il sole sorgerà lo stesso, e tramonterà, e che fioriranno di nuovo i ciliegi, non per noi, ma nonostante noi. 

Penso spesso che è così che dovremmo saper vivere, ostinatamente in curva, in bilico tra il cielo e la discesa ripida a valle, esposti agli elementi, e apparentemente invulnerabili, restare saldamente radicati e lasciare che solo i rami più leggeri e le foglie si muovano al vento. Domani sarà un altro giorno, forse migliore, o forse no, ma per l’albero zen tutto ciò ha poca importanza. Lui non fa nulla, si limita ad essere. 

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