Un imprenditore in vacanza, prima puntata. 

È dura, io ve lo dico. Non è per fare polemica, ci mancherebbe. Anzi. È che io veramente non ci sono tagliato, probabilmente: quando ti ritrovi a chiederti più volte al giorno, tutti i giorni, se sono loro o sei tu, probabilmente sei tu. Nella fattispecie caso, io. 

Intendiamoci, non è che io sia il tipo di persona che non sa apprezzare le ferie, anzi. Lavoro tutto l’anno, produco utili, ricchezza, fatturato. Pago le tasse fino all’ultimo centesimo, pago i consulenti per la sicurezza, per la qualità, per la contabilità, per il welfare. Pago. Pago sempre, tutto e tutti. Pago cene e pranzi, pago abiti e vino, pago scarpe e aperitivi. Senza fiatare. Perché, ammettiamolo, pagare un po’ mi piace, ho sessant’anni, diamine, ho il diritto di spendere. Il diritto di pagare per tutti, di fare quel gesto leggero con la mano che dice ci penso io, al momento del conto. Sono cose che danno una certa soddisfazione, a un uomo della mia età. Le ferie me le merito. E infatti ho pagato anche questa vacanza, senza fiatare. Ci costa come gli stipendi dell’intero ufficio ricerca & sviluppo per tre mesi, ma ho firmato l’assegno senza batter ciglio. È questione anche un po’ di stile, se vogliamo. La mia signora ha deciso Sardegna, e Sardegna sia. 
Siamo arrivati in aereo, ché va bene tutto, ma io in agosto non guido. Faccio centinaia di migliaia di chilometri nel resto degli undici mesi, un cristiano avrà pure diritto di tenere il suo sacrosanto sedere fuori dall’auto per due settimane l’anno, no? 
Il posto, qua, è mica male. Resort, si dice resort. Bello. Alla mattina arriviamo in spiaggia abbastanza presto, del resto svegli dalle sei, che non la fai una passeggiata lungo il mare? Caffè amaro ristretto, cornetto integrale vuoto, che le ultime analisi non erano proprio perfette, il Corriere o Repubblica. Che vuoi di più dalla vita? Niente. Assolutamente niente. È tutto incredibilmente perfetto. Del resto, con quello che costa, deve esserlo. O fingeremo che lo sia, che ci vuole? Noi uomini sappiamo come si vive. È questione di stile, diamine. 
Comunque sono le otto. Mi sono già tolto i pantaloni e la maglietta, che modestamente alla mia età, insomma. Peccato per i capelli, commenta sorniona la mia signora quando mi sorprende a trattenere appena un po’ gli addominali davanti allo specchio della nostra piccola palestra, nella vecchia camera dei ragazzi. Eppure a me non mancano affatto. Certo, all’inizio ho sofferto nel dire addio ai primi, perché diciamolo, avevo dei bei ricci neri che… Ma poi, vuoi mettere la comodità? Una passata di rasoio e via, niente più barbiere, comodo, pratico. Virile, direi quasi. Comunque, capelli o no, sono ancora in forma, posso garantire. Dovreste sentire come strilla la mia segretaria, quando le alzo le gonne. Altro che capelli. Quel che conta sta più giù. 

Ah, che bene. Sdraiato sul mio sdraio, vicino alla mia signora, il giornale spalancato, qualche bella mammina ogni tanto con il costume abbastanza piccolo da non costringermi a troppa immaginazione, questa sí che è vita. Intendiamoci, mia moglie è ancora una gran bella donna. Per la sua età. Ma siamo onesti, un uomo ha certe necessità, diciamo. Certe esigenze biologiche. E comunque il sole di adesso con tutta quella cosa dell’effetto serra, non mi pareva mica che facesse così caldo una volta. Magari mi sposto all’ombra, che sono già le otto e venti e si sa che nelle ore più calde è meglio proteggersi. 

Ecco, sono all’ombra. Tira anche un filo d’aria. Date retta a me, questo è il paradiso. Caro come l’inferno, ma si sta bene in ferie. Ah, si sta proprio bene. Da quand’è che i giornali scrivono tante scemenze? Sono le otto e venticinque e ho già letto tutto quel che valeva la pena.  Per fortuna ho la Settimana Enigmistica. Orizzontale, cinque lettere, famoso ladro, la so: Zonin! O forse Lupin? Mi sa che è Lupin. Maledette banche. 

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