The same old lie. 

Ci sono posti più densi degli altri, posti in cui per quanto forte splenda il sole e per quanto azzurro sia il cielo il peso della Storia ha lasciato un segno troppo a fondo nella pietra perché sia possibile ignorarlo a lungo. Un posto così è l’Altopiano di Asiago, dove pure la Memoria della prima guerra mondiale è custodita con impegno e attenzione non circoscritti al mero interesse turistico, bensì intrinsecamente legati all’identità culturale di questa strana gente. Hanno lineamenti caratteristici, gli uomini e le donne dell’Altopiano, e sebbene parlino il mio stesso dialetto, c’è qualcosa di profondo e sottile che ci divide, forse il retaggio cimbro, oppure semplicemente  il relativo isolamento di secoli, tramandato nelle comunità montane da una generazione all’altra e solo leggermente diluito nel subconscio collettivo contemporaneo. È gente dalla scorza dura, gente che lavora sodo senza perdersi in troppe chiacchiere. 

Qui è pieno di luoghi della memoria: dall’ossario, maestosamente bianco contro il cielo sopra le morbide curve verdi, alle cinque di pomeriggio si diffondono le note del Silenzio. Sui monti, musei all’aperto, trincee, improvvisi avallamenti scavati dalle granate, targhe, opere d’arte di dolorosa essenziale linearità conservano la memoria del sangue versato da migliaia di soldati. 

Il paesaggio stesso sembra ancora ferito, brandelli di pietra compaiono disseminati nell’erba come schegge impazzite, e nell’aria sembra risuonare la condanna all’eterno riverbero del fischio di  una granata a mano, di un soldato semplice che non tornerà dalla sua Rosina, mai più. 

Ieri lungo il Sentiero Del Silenzio, in un’ansa del bosco pochi elmetti allineati. Tre erano teschi, e due si guardavano, rompendo le righe. 

Guardati, uomo, sembravano dire. Tu hai permesso che accadesse questo. 

Poco più avanti un labirinto di pietre, una stele nera, la parola pace scritta in tutte le lingue del mondo. Una poesia di Brecht come didascalia. 

Oggi invece siamo stati al forte Ortigara, siamo saliti con la seggiovia, che per dirla con D.F.W è un’altra delle cose divertenti che non farò mai più. 

Siamo entrati nel forte vero e proprio, e come mi accade spesso ho provato di nuovo quel senso di dolorosa oppressione, di inevitabile consapevolezza del passaggio troppo frequente e insieme privo di senso della Morte. 

Unico sollievo per  chi ha smarrito la fede è cercare consolazione nella letteratura, ed ecco il Deserto dei Tartari, quanto frustrante deve essere stata l’attesa del nemico in quei cunicoli stretti, umidi, bui, ad aspettare di sapere come morire, ad aspettare e insieme temere che qualcosa finalmente accada. E Lussu,Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono.”  

Uscendo dal forte in silenzio sento risuonare in testa, oltre alla campana immortale di John Donne e Hemingway, una poesia di Wilfred Owen, studiata sui banchi di scuola ormai troppi anni fa, e mai dimenticata: era nel capitolo dedicato ai War Poets di quella antologia dal titolo che avrei capito molti anni dopo riferirsi a Forster, “Only Connect”, e la traduzione fa così. 

Piegati in due, come vecchi accattoni sotto sacchi,
con le ginocchia che si toccavano, tossendo come streghe, bestemmiavamo nel fango,
fin davanti ai bagliori spaventosi, dove ci voltavamo
e cominciavamo a trascinarci verso il nostro lontano riposo.
Uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso i loro stivali
ma avanzavano con fatica, calzati di sangue. Tutti andavano avanti zoppi; tutti ciechi;
ubriachi di fatica; sordi anche ai sibili
di granate stanche, distanziate, che cadevano dietro.

Gas! Gas! Veloci, ragazzi! – Un brancolare frenetico,
mettendosi i goffi elmetti appena in tempo;
ma qualcuno stava ancora gridando e inciampando,
e dimenandosi come un uomo nel fuoco o nella calce…
Pallido, attraverso i vetri appannati delle maschere e la torbida luce verde,
come sotto un mare verde, l’ho visto affogare.

In tutti i miei sogni, prima che la mia vista diventasse debole,
si precipita verso di me, barcollando, soffocando, annegando.

Se in qualche affannoso sogno anche tu potessi marciare
dietro al vagone in cui lo gettammo,
e guardare gli occhi bianchi contorcersi nel suo volto,
il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare;
se tu potessi sentire, ad ogni sobbalzo, il sangue
che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi dal gas,
ripugnante come un cancro, amaro come il bolo
di spregevoli, incurabili piaghe su lingue innocenti, –
amico mio,  tu non diresti con tale profondo entusiasmo
ai figli desiderosi di una qualche disperata gloria,
la solita vecchia Bugia: Dulce et decorum est
pro patria mori.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...