Potrei, ma non lo farò. 

Potrei raccontare qui del trauma del rientro a trentasei gradi dopo tre giorni passati indossando anche le felpe, con sedici gradi a duemila metri, ma potreste obiettare (a ragione) che non me lo ha ordinato il medico di andare in vacanza in montagna, e quindi non lo farò. 

Potrei raccontare del pomeriggio dentro un affollatissimo Muse, con la temperatura e l’umidità percepite che aumentavano a ogni piano con le stesse proporzioni della scala Decibel, ma se Parigi val bene una Messa, Trento val bene un po’ di caldo. 

Potrei raccontare anche del quartiere delle Albere, progettato da Renzo Piano, che per la mia índole di esteta era quasi più interessante del Muse, con tutto il rispetto per le scienze naturali che sono interessantissime e da lì vengono molte delle forme poi usate in architettura, ma insomma. 

La mia ignoranza in architettura raggiunge livelli deplorevolmente infimi, perciò mi perdonerete se dichiaro, con il crasso autocompiacimento della totale incompetenza, che non smette di stupirmi come la pianificazione urbana dall’estetica razionalista e modulare sopravviva ostinatamente  al cronico fallimento di tutte le utopie. 

È una specie di hybris architettonica, o così almeno mi pare, quella di pretendere di riuscire a creare una comunità limitandosi a delimitare esteticamente gli spazi e i luoghi della vita quotidiana dei suoi membri. 

La simmetria e la proporzione, cifra spesso caratteristica di questo tipo di progetti, esistono anche in natura: la stessa proporzione aurea si legge, solo per dare un esempio, nella forma di una conchiglia, la più naturale e insieme rigorosa delle unità abitative. Eppure in natura rimane ampio spazio per il caso. Ordine e caos convivono con un ritmo impossibile da riprodurre razionalmente, anche se forse è quello che si ottiene nelle urbanizzazioni spontanee, nei borghi italiani che tanto affascinano il visitatore, dove il principale architetto è la storia. Che si sa, spesso è sorella del caso. Così come non siamo fatti per tollerare troppa verità, anche un ordine eccessivo ci spaventa e inibisce; serve una certa dose di imperfezione per sopportare la realtà. Le emozioni sono sempre asimmetriche, irrazionali, tendenzialmente incontrollabili, e i quartieri come quello (che pure non è certo un dormitorio sovietico, anzi)  sono del tipo che una camminandoci dentro pensa bello, ma non ci vivrei. 

Questa divagazione è probabilmente dovuta a due tra le mie recenti letture sul tema. “La breve storia della vita moderna”, di Bill Bryson, di cui sto leggendo più o meno tutto, e “Architettura e felicità”, di Alain de Botton, citato piu volte dallo stesso Bryson. Li consiglio entrambi, e non solo agli architetti. 

Potrei raccontare del profondo sollievo che si prova nel varcare la soglia di casa dopo una vacanza anche brevissima, di tre giorni e mezzo, quello che parafrasando Cracco ti fa sospirare di intima soddisfazione “il mio bagno, la mia cucina, il mio wifi”. Potrei raccontare dell’altrettanto profondo sconforto immediatamente successivo alla vista delle borse che invadono l’ingresso, in attesa di essere svuotate e trasformate in altrettanto terrificanti pile di roba da lavare e stirare. 

Potrei raccontare della ripartenza, in programma per venerdì, in vista della quale devo stirare sei lavatrici domani, e nel giro di un’ora dopo il rientro da Trento avevo già fatto la spesa, riposto il cibo, fatto la doccia, inventato una cena, lavato due capi a mano e avviato il ciclo intensivo dei bianchi. 

Potrei, ma non lo farò. 

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