Il lusso di sbagliare. 

Ieri sera al laboratorio teatrale tutti sono riusciti a fare l’esercizio dei vocalizzi in cui vibra il torace e a me vibrava solo l’huawei in borsa, che tristezza. Alla fine dell’incontro abbiamo fatto una specie di rito africano e insomma, ho sbagliato pure quello. Oggi ho passato dieci minuti in tutto a cucire e le due ore circostanti a imprecare come un camallo, perché dovevo fabbricare un gilet di raso verde per la festa di Natale del grande, e la macchina da cucire non aveva quello che il mio ex titolare definiva “un atteggiamento costruttivo”, ovvero fare come voleva lui. Mio figlio avrà il gilet più brutto di tutti i folletti sia della prima A che della prima B, e nessuno dei due piani B che ho elaborato sembra essere all’altezza della situazione, essendo uno quello di cucire dentro il nome di un altro bambino, facendo la gnorri e l’altro quello di ricomprare raso dello stesso colore (non credo risulti disponibile nei mercati EMEA)  e farlo rifare a Madre. Quindi ho scelto il piano C, sperare che da lontano non si vedano le cuciture.

La settimana scorsa ho fatto i Cinnamon Rolls, ma non sono venuti buoni. Ho fatto anche una confettura di Kiwi e limoni, che è venuta con la consistenza e il colore di uno Skifidol. Venerdì sera avrei dovuto presentare un incontro a cui tenevo tantissimo, ma su quattromila anime residenti in questa valle di lacrime ne sono venute due. Non duemila. Due. 

Tutto questo per dire che è un periodo in cui mi sembra (e no, non è un’impressione) di non combinarne mezza di giusta. Ciò non è bello. Mi è tornato in mente quel pezzo molto interessante di Annamaria Testa sulla síndrome dell’impostore, cioè quando hai paura che la gente scopra che sembri capace di fare un sacco di robe e invece sei una pippa. Solo che io non ho la sindrome, che è una paranoia delle persone capaci, io sono proprio l’impostore, che teniamo al maschile per evitare cacofonici ingorghi di consonanti. Faccio “un po’” di roba grafica, scrivo “un po’”, cucio male, cucino male ma tanto nelle foto non si vede, tutto così. Fuffologicamente, io. E se la gente comincia ad accorgersene? Oddio. Sveglia di notte a pensarci, cosa diranno, cosa penseranno. 

Poi la tentazione di dire sai che mi frega se se ne accorgono, di questa cosa dell’impostore? E se invece della tragedia che ho sempre pensato che fosse, si rivela incredibilmente liberatorio? Ciao, sono Alessia e sono una schiappa, in generale, a prescindere. Così le robe le chiedono agli altri e io me ne sto in un angolino a leggere in santa pace.

Non sarebbe male, concedersi il lusso di sbagliare, qualche volta, senza l’angoscia del giudizio altrui. L’imperatore è nudo? E vabbè, tanto prima o poi arriva l’estate, e vorrà dire che lui è pronto.

2 risposte a "Il lusso di sbagliare. "

  1. Non più di due settimane fa ho espresso più o meno gli stessi dubbi amletici alla mia, di Madre, e lei, prima mi ha sgridato a voce altissima perché mi butto giù ( suppongo non sopporti l’idea che, dopo tutta la fatica fatta per mettermi al mondo e farmici restare più o meno intera e funzionante, qualcuno possa anche solo insinuare che il prodotto di tutto quello sbattimento sia meno che perfetto, anche e soprattutto se quel qualcuno in questione sono io), poi mi ha detto qualcosa che suona più o meno come :”E allora cerca di mettere a miglior frutto possibile la tua mediocrità!”.
    Sto ancora cercando di capire tutti i significati e le implicazioni di questa massima.

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