Roba moderna.

Istigata dal caldo pressoché estivo del weekend di Pasqua mi ero rassegnata all’ingrato compito di iniziare (almeno) il cambio stagione dei bambini.

Ora, avendone generati ben due, a due anni e mezzo di distanza uno dall’altro, il loro armadio è diviso in quattro settori, un po’ come Berlino dopo il ’45.

Oltre ai banali estate/inverno, infatti, io ho anche il settore “non va più bene al grande ma andrà al piccolo la prossima estate” e “non va più bene al grande ma andrà al piccolo il prossimo inverno”. Il checkpoint è appunto il cambio stagione, quando realizzo dolorosamente che quei maledetti sei mesi mi fregano piuttosto spesso, nel senso che la roba estiva del grande troppo oversize per il piccolo a settembre, inevitabilmente a giugno è diventata piccola.

Dopo aver scartato la roba troppo piccola per il piccolo, e spostato la roba del grande nella zona intermedia neutrale in fondo all’armadio, ho constatato che per il grande “the age demanded” un giro di shopping, che aveva tre polo e due felpe e basta, e per il piccolo, che non è giusto che mio fratello ha sempre la roba nuova e io chi sono? Convincerli ad entrare in un negozio di abbigliamento (uno) è stato piuttosto facile, se si ammette la scelta etica del ricatto spietato, e veni, vidi, comprai. Alla cassa ho avuto un’epifania sul senso profondo di April is the cruellest month, nel senso che ho lasciato quasi una Pound of flesh. Abbiamo comprato roba moderna, anzi modernista, e tutto il resto… sono lavatrici.

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