Oppure no.

La cosa buffa, che poi non è neanche tanto buffa, a dire il vero, ma fingeremo che lo sia – per ragioni stilistiche, s’intende – si rivela essere l’apparente serenità con la quale si dipanano veloci e insieme lentissime le settimane. Una dopo l’altra, tutte egualmente diverse dalla precedente, e tutte diversamente uguali a se stesse. Il dolore cresce come untuoso liquame nero e inquina ogni istante, o quasi. Elevo muri di cemento armato, foderato d’amianto, per conservare intatta la solitudine, e altrove gratto con le unghie per tentare di uscirne. Tutto è cambiato, tutto è rimasto uguale, ma peggio.

Chissà se prima o poi finirò anche di piangere, oppure no.

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