Morire, forse. 

Ci hanno insegnato a condannare come vigliaccheria suprema il gesto di togliersi la vita, eppure ci vuole il coraggio estremo della disperazione più nera, e insieme abbastanza mestiere per costruire un’uscita di scena all’altezza, impiccandosi il giorno del compleanno del tuo miglior nemico. 

Ci hanno insegnato a disprezzare con ancora maggiore intensità quando a suicidarsi è uno famoso, uno ricco, come se non fosse più un diritto essere infelici oltre una certa soglia di reddito, come se fosse un insulto ancora più grave esserlo se non fai fatica ad arrivare a fine mese. Quando tutti ti conoscono, ma nessuno più si ricorda chi sei, quando nessuna sostanza riesce più a stordirti abbastanza da permetterti di dimenticarlo anche tu. 
Ci hanno insegnato anche che chi vuole veramente ammazzarsi ci riesce, che i tentativi falliti sono solo richieste d’aiuto fin troppo teatrali: la donna di Schio che più volte ha cercato la morte gettandosi sotto un auto, non voleva veramente morire, hanno detto, altrimenti ci sarebbe riuscita. La rockstar invece sì. 

Come se tutti avessero una trave a vista in cui far passare una cintura, come se in farmacia non fosse quasi impossibile avere un Aulin senza ricetta, figuriamoci il minimo sindacale di barbiturici necessario a comprare un biglietto indolore di sola andata.

La signora di Schio è sopravvissuta.  Di nuovo. Ci aveva già provato, hanno scritto, e se fosse un verbale d’udienza la stenografa si fermerebbe un istante con le mani a mezz’aria, per assicurarsi che l’idiota avvocato della controparte abbia davvero chiesto all’aspirante suicida se ci fosse mai riuscita, in sala un muto silenzio sbigottito, e il giudice che sollecita una risposta. La tragedia è sempre commedia vista da un’altra prospettiva, eppure nessuno ha voglia di ridere. 

Dopo mesi, la beffa estrema, 43 euro di multa. L’inferno è qui, ma solo i privilegiati riescono a corrompere un secondino per filarsela via. Agli altri, una multa, e il sarcastico disprezzo dei sommersi. 

Ingegnere biochimico, operaio bottalista. 

L’ostinazione con cui LinkedIn mi manda gli aggiornamenti sulle ottocento offerte di lavoro (che aspettano solo me, noto ingegnere biochimico e operaio bottalista) proprio quando sono impegnatissima a darmi lo smalto sull’alluce destro di giovedì mattina, in procinto di andare al mare. Quel vocativo, e i miei sensi di colpa per essere qui e non là a inserire ordini&ordinare inserti: “Alessia, ci sono più di ottocento offerte di lavoro, lascia stare la pedicure, e vai a lavorare, parassita della società”. 

Dunque, smalto rosso scuro o aranciato? 

Un nome serio, un nome elegante. 

Lo avevano chiamato Anacleto: un nome serio, un nome da notabile, da impiegato di banca. Sono un uomo distinto, dal nome elegante, diceva. 

Poi i soldi per mandarlo a studiare, il ragazzo, i soldi non c’erano, e andò operaio. Grande lavoratore, uomo di principio, e un cuore troppo grande per una donna solamente. Le amava tutte, indistintamente. Grasse, magre, bionde, more. Di rosse, a quel tempo, ce n’erano poche, e che delizia il sapore di peccato bevuto dalle loro coppe, sospirava Anacleto. 

S’inamorava d’un sorriso, di una fossetta, della curva di un fianco. S’innamorava ogni giorno, lisciava i favoriti, brillantina Linetti sulle chiome ordinate, sguardo da impunito.  Fumava le Nazionali, ma baciava anche le straniere, indistintamente. 

Ebbe un figlio al ruscello, Teresa s’alzava le gonne per non infradiciarle, e strofinava i panni. La vide Anacleto, e di strofinare altro gli venne il pensiero: la saggezza di chi ha poco letto e molto vissuto gli aveva già insegnato da lungo tempo che nessuna tentazione è sconfitta se non dopo avervi gioiosamente ceduto, e strofinò se stesso su Teresa con l’impegno che un nome come il suo pretendeva. Lei per un istante abbandonò panni e liscivia, diceva ma che cosa fa e fingeva rossore, e lui sono operaio signorina, e lei oh, prego, continui, la sua virtù trascinata via fino a valle, e nessuno più ne ebbe notizia. 

Era fidanzata, Teresa, e nacque un bimbo, dopo nove mesi e appena sette di matrimonio, da tutto quello strofinare, aveva gli occhi di sua madre, dicevano tutti, e nessuno fece domande, per non rischiare che gli venisse risposto.

Amava l’amore, Anacleto, e ne dispensava con generosità. Nei fienili e tra i campi, e nei talami altrui. Ce lo raccontava, ridendo nelle sere di cortile, prima che arrivasse la televisione.  Le donne di casa versavano clinto e ostentavano scandalo, ma intanto ascoltavano, tra l’orgoglio della propria virtù e l’invidia del peccato altrui. 

Lui le accarezzava tutte con lo sguardo, negli occhi promesse, e continuava a raccontare di quella moretta, e dell’altra biondina. Imparai cos’era il sesso a scappellotti da mia madre, quando osavo chiedere troppo, e più forti quando non chiedevo niente, perché sapevo già troppo. 

Rideva, Anacleto, e si lisciava i favoriti, correva veloce per scappare dai mariti: trovava in fretta un rifugio sicuro, dentro un altro grembo, sotto un’altra gonna. 

Un giorno gli toccò di scappare davvero, prima a Torino, poi oltreconfine. Tornò  molti anni dopo, quando la mia innocenza era ormai già da tempo perduta spiando la vicina e il moroso far l’amore tra le vigne, e lui a correre in giro come un mona tirandosi su i calzoni, lei che ancora ride adesso, quando incrocia il mio sguardo. 

Tornò Anacleto che io ero un uomo,  e un vecchio lui, consumato di mal francese, eppure nello sguardo immutata la scintilla. Sospiravano ancora le vedove alla sua spruzzata di grigio, e le spose al vederlo passare, distinto e gentiluomo, un pirata e un signore, s’attardavano un poco alla finestra, poi pregavano la Vergine Maria, ho avuto pensieri impuri, mormoravano nel confessionale, cinque paternoster e dieci avemarie. 

Una sera non tornò più, Anacleto, lo seppellirono nel camposanto con un paio di benedizioni più del necessario, e due o tre di quelli che portavano la cassa che parevano lui più giovane. Venne dalla Francia la sua Madame, con il treno, andarono a prenderla a Vicenza, lei gli cucì piangendo un vestito  elegante e gli arrangiò la scriminatura a destra, un garofano nel taschino, poi chiusero in fretta il coperchio, avevano timore che strizzasse d’occhio anche da morto. 

Ma ne sarebbe stato orgoglioso, della figuretta che faceva, Anacleto. Sono un morto distinto, dal nome elegante, avrebbe detto di sé. 

Ma io nel frattempo resto umile. 

Quando mi chiederanno, come alla Ferragni, di tenere una lectio magistralis in qualche università dell’Ivy League americana, potendo scegliere vorrei Stanford, perché suona meglio di Yale ed è più facile da pronunciare di Harvard, ecco, mi ricorderò di questo diciassette luglio duemiladiciassette, che tra l’altro è pure il mio onomastico, e con lo sguardo lievemente abbassato a sinistra di chi va rimembrando il tempo che fu, e il sorrisetto di chi affetta modestia, dichiarerò in un inglese dal forte accento italiano, che la cosa più bella di trovare il proprio nome sul quotidiano locale non è stata affatto la soddisfazione del mio primo racconto pubblicato senza pagare nessuno perché lo facesse, bensì il sollievo di trovarsi sul medesimo quotidiano locale di cui sopra senza essere in penultima pagina, tra i necrologi. 

Qualora la mia fama dovesse giungere postuma, ad estremo sigillo dell’autenticità della mia arte, incompresa dal becero pubblico contemporaneo, sarà ancora meglio, perché allora sarò comparsa davvero due volte, sul quotidiano locale, una a pagina trentotto e una nei necrologi. Ho già accantonato i cinquanta euro necessari, sono piegati stretti vicino alla dichiarazione di donazione degli organi. 

Hmpf, ha detto madre, dopo averlo letto, bello, eh, ma non ho capito il finale. Poco importa che il plot twist che dà senso al racconto sia proprio nel finale, questa incondizionata dichiarazione di sostegno passivo aggressivo materno è deliziosa tour court. Ah, ha detto marito, senza leggerlo. Nessuno è profeta in patria, ha commentato qualcun altro, e per fortuna che ci sei, o stasera alla Coop tra frutta sciroppata e acqua naturale nel cestino ci buttavo una lametta, accelerando fortemente la seconda e ultima apparizione sulle pagine del suddetto quotidiano. Neri, mi raccomando, un bell’articolo, nel caso, molto pulp. 

Tutto questo delirio per comunicare – con i toni sommessi e pacati che mi contraddistinguono- quanto segue: il mio racconto per il concorso Racconti d’estate è uscito oggi a pagina 38 del Giornale di Vicenza. 

Ma come si addice a tutti i futuri Pulitzer, io nel frattempo resto umile. 

Mi spaventano quelli che non sono qualcosa, ma. 

Non sono contro i vaccini, ma… Quando leggo questa frase mi scatta una specie di riflesso pavloviano verso il pulsante nascondi contenuti. Lo so, esiste il fenomeno della filter bubble, tale per cui tendiamo a seguire solo chi la pensa come noi, assecondati e spesso limitati da un algoritmo pericolosamente compiacente che nasconde certi contenuti e ne privilegia altri, più vicini ai nostri interessi e alle nostre opinioni, ed è sciocco limitarsi a leggere solo commenti e articoli che sostengono le nostre convinzioni. 

In merito ai vaccini, onestamente, nutro molti dubbi su questo delirio collettivo per cui saremmo cretini ad aver debellato malattie endemiche “naturali”: sono nel frattempo migliorate di molto le condizioni igienico-sanitarie, alimentari, il benessere ci ha reso più sani e più grassi, più resistenti a certe malattie e al contempo facili vittime di altre.

Ma non riesco a smettere di pensare che la moltitudine di medici laureati in medicina e specializzati in chirurgia, pediatria o quello che è, ecco, sia in malafede. 

Faticano a convincermi  i veementi j’accuse delle “mamme informate” in merito al fatto che la laurea in medicina preveda un solo esame sui vaccini e che quindi loro sono più preparate di un medico, più competenti, libere da influenze economiche o politiche. Ma siamo fuori di testa?? 

Io ho avuto un’infanzia fortemente medicalizzata, ai tempi in cui le relazioni con il pubblico non erano cortesi come sono oggi. Ho conosciuto medici del tutto insensibili, maleducati, arroganti, a volte incompetenti, medici  interessati solo alla gloria accademica e alle trecentomila senza fattura per sette minuti di visita superficiale. Ma ho conosciuto anche dottori e personale  di straordinaria umanità e competenza, e sono la maggior parte. Ce ne vuole di stomaco a fare quel lavoro, non si smonta mai, e io preferisco fidarmi della medicina tradizionale. Scientifica. Non certo infallibile, e sempre suscettibile di aggiornamenti, ma forse un po’ più attendibile e verificabile di un articolo da invasati complottisti. 

La violenza verbale nei commenti sotto a certi post, nonché le manifestazioni di migliaia di persone in piazza, il dilagare insomma di questa collettiva isteria antivaccinista, però, mi costringono a non limitarmi a decidere di avere ragione io e basta, bensì a leggere anche contenuti che vanno in direzione opposta. Il problema è capire quali. 

Non posso considerare attendibile il post antivaccinista di uno dei settecentomila siti che copincollano (male) pezzi di notizie farcendoli con una quantità spaventosa di banner e pop-up pubblicitari. Cui prodet? Si chiedono e ci chiedono gli antivaccinisti, riferendosi all’immenso giro di affari che le case farmaceutiche muovono grazie ai vaccini. Cui prodet, ovvero a chi giova, mi chiedo anche io, vedendo medici che tra un post e l’altro promuovono libri, eventi e cose a cui certo non partecipano gratuitamente. Perché qualcuno vuole così fortemente combattere i vaccini? Perché stiamo dibattendo come pazzi scatenati si questa cosa, dopo decenni di consolidata profilassi? Stiamo rincoglionendo del tutto? Pare di sì, a guardare sui social. 

Cui prodet me lo chiedo quando vedo l’ennesimo link sul tema e mi ritrovo aperte sei altre finestre di navigazione verso altri siti, senza che io abbia nemmeno cliccato niente. Il legittimo sospetto che qualche gestore possa aver pensato di sfruttare il tema caldo per raccogliere visite e soldi, soprattutto quando ti ritrovi senza manco accorgertene, iscritta a un servizio a pagamento di cinque euro alla settimana da cui sembra quasi impossibile uscire, ecco, mi viene. 

“Non sono contro i vaccini, ma” è una delle frasi che mi spaventano di più. È come “non sono razzista, ma”, dove il sottinteso è che non sono razzisti loro ma sono quegli altri a essere negri/terroni/ebrei/musulmani o quello che è. È lo stesso che dire “non sono omofobo, ma che facciano a casa loro quelle porcherie”. Sono ambiti diversi, chiaramente, non sto affatto dicendo che gli antivaccinisti siano omofobi o razzisti, e lo preciso perché non è vero che, come si dice qui, io sia responsabile di quello che dico e non di quello che capite voi, bensì sono completamente responsabile delle possibili interpretazioni sbagliate di quello che scrivo. 

In generale mi spaventano, quelli che non sono qualcosa, ma. Quelli che non è per i soldi, però: non è mica vero, è proprio e solo per i soldi. 

Quelli che dicono agli altri di svegliarsi, quelli che hanno capito tutto, che non hanno dubbi ma solo certezze. Preferisco quelli che si dichiarano ignoranti e contenti, quelli che almeno te lo dicono, che non gliene frega niente e di passargli la gazzetta.  Preferisco quelli che non si fanno domande solo retoriche, per le quali l’unica risposta corretta è la loro, quelli che non cercano di convertirti a tutti i costi. 

Non so dove stia la ragione, se ve ne sia una solamente o molte più di una. Per quanto mi riguarda, è  brutto da dire, ma a volte sembra, dai commenti dei più esagitati, che non vaccinarsi sia una specie di selezione naturale della specie. C’è da mettersi le mani nei capelli, e spegnere Facebook perché siamo ben oltre il limite di una follia che non merita elogi, bensì biasimo solamente. 

Vivere per raccontarla. 

Comprato d’impulso esclusivamente per via del prezzo ridottissimo su KoboStore abbinato a una copertina dalla grafica tutto sommato accattivante, è  il racconto autobiografico di Susan, una giovane e ingenua americana del Midwest in trasferta a Hong Kong per motivi di studio, la quale si innamora di un giovane cinese e lo sposa. 

Il libro manca clamorosamente di spessore e introspezione, eppure il ritmo veloce e insieme dettagliato cattura l’attenzione: pur trovando molto difficile immedesimarmi nelle scelte della protagonista, una dottoranda che non si pone neppure lontanamente il problema delle differenze culturali e senza esitare sposa un uomo delle campagne cinesi con il quale già nel fidanzamento non si intuisce comunque un amore travolgente, ho letto d’un fiato le pagine tanto piatte quanto disarmanti. 

Dalla disastrosa esperienza con i genitori di lui nella Cina rurale della fine degli anni ’90 fino alla cupa spirale di ingiustificate scene d’ira del marito, sinistri amici e sfumature di omosessualità nei rapporti di lui con loro, dai quali lei resta costantemente esclusa,  ricordano certi documentari in seconda serata su Sky in cui attori semifamosi narrano le sevizie psicologiche subite da Scientology. La tentazione, forte, è di dare una bella scrollata alla protagonista, ma insieme c’è il crescente bisogno di capire fino a che punto giungerà la sua sopportazione, e se c’è per lei una speranza di rinsavimento. Si salverà da sola, Susan? E quanto in fondo scenderà, prima di riuscire a darsi la spinta necessaria a tornare alla superficie, a fuggire via da un matrimonio angosciante? È Schadenfreude, è il gusto di sentirsi più furbe, di pensare che a noi non può succedere, è l’insidioso tarlo del dubbio che ci assale, quello di non essere immuni all’autodistruzione in nome di qualcosa che ci illudiamo di poter definire amore. 

Alcune pagine risultano fastidiosamente alienanti, quasi stentate, eppure tanto credibili quanto apparentemente inverosimili, a prova che la violenza psicologica tra le mura domestiche, a prescindere dalle differenze culturali, è un male sottile e acuto che ferisce in profondità.

L’epilogo, non senza momenti di tensione, si scioglie forse in modo affrettato, quasi l’autrice sentisse l’esigenza di concludere in fretta la seduta analitica finale e voltare pagina. È un libro intenso e strano, un libro che pur non brillando per costruzione e scrittura, costringe il lettore con le spalle al muro: disse qualcuno che il romanzo non è che un memoir con i nomi cambiati, ma qui anche quelli sono reali. 

Se non stonasse così tanto accostare Macondo a Macao verrebbe da pensare a Gabo, quando dice che la vita “non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”, e chiedersi se il distacco con cui lei racconta la sua allucinante esperienza non sia ancora più preoccupante. 

 

Alla francese. 

È stato per colpa di un bacio alla francese letto nella cronaca vicentina qualche giorno fa che m’è venuto da schiacciare quel tasto acquista su un classico della letteratura d’oltralpe, La Principessa di Clèves, che infinite pene addusse ai liceali francesi, a cui pure fu risparmiato quel ramo del lago di Como, e che nel cambio ci guadagnano eccome, a mio modesto avviso. 

L’ho letto velocemente come un tempo i romanzi in preparazione agli esami, saltando a piè pari e senza rimorsi i brani di descrizione delle intricate parentele di corte: non mi faccio scrupoli né remore nel farlo, ho una versione antologica delle letterature e tanto mi basta per navigare a vista. 

Questo romanzo, in italiano per Neri Pozza, (certezze poche, ma assolute) lo scrisse nel 1678 una certa Madame de la Fayette, amica di quel famoso François de la Rochefoucauld che ci permette di fingerci deliziosamente colti e coltamente arguti con le sue stilettate verbali copincollate da frasiecitazionipuntoorg. È ambientato, con un escamotage stilistico volto quasi sicuramente a evitare avvelenamenti di corte in pieno stile Angelica, qualche lustro dinanzi, nella corte di Luigi XIV, ed è, pare, il primo romanzo psicologico moderno, cosa che ho letto di almeno un romanzo per ciascuna letteratura europea: la stessa principessa di Clèves non può non ricordare la Madame de Tourvel delle Liaisons Dangereuses, da un lato, e l’insopportabile Emma Bovary, solo per dirne due. 

È insidiosa la Corte di Francia, lo sappiamo bene noi cresciute a Girelle Motta e Lady Oscar, eppure quanto è attuale questo gran discorrere d’amore senza tanto arrivare al dunque, queste lettere scambiate tra cortigiani, e il continuo, ossessivo occuparsi degli affari altrui, nell’epoca dell’amore via social network? Parlano tanto, concludono assai poco, o nulla, ricamando all’infinito su un semplice sguardo, un like, insomma. Si osservano a distanza, autoriferiti e inconsistenti come odierni YouTuber, confrontano le dame la loro influenza in pezzi di strascico della regina come metro di misura assai più antico e misurabile di un moderno hashtag, e si muovono in gregge. È venuto il crepuscolo degli idoli, è passata la Rivoluzione Francese, ma abbiamo ancora bisogno di regni e di regine, (e di navi, e di sigilli, e di scarpine, sì). 

Di lì a poco, nel 1740, in Inghilterra Richardson scriverà Pamela, dove al cattolico e francese gusto per l’abbandono del mondo da parte della principessa di Clèves-ormai vedova e libera di amare finalmente il suo duca di Nemours decide di entrare in convento e lo pianta lì senza pensarci sue volte- si sostituisce l’efficienza protestante di una virtù premiata dal matrimonio con il signorotto locale. Altro che quella sciacquetta di Lucia Mondella, poteva avere Rodrigo e le basta una coperta in testa per non riuscire a sposare Renzo Tramaglino, la virtù di Pamela è deliziosamente strumentale, e le permette di ottenere ciò che ad altre è concesso senza fatica e senza merito. 

Più soddisfazioni ci darà Jane, pochi decenni dopo, schizzando con mano abile e sguardo sottile i tratti principali di una ridicola Catherine Morland, di una antipatica Emma, una irritante Lydia Bennet, una credibile Elizabeth, una passionale Marianne, una gelida Elinor.Ma più di tutto sarà Fielding, con la geniale Shamela, parodia di colei che poi sugli schermi italiani si sarebbe trasformata in Elisa di Rivombrosa, a riequilibrare tutta quel cattolico manicheismo di esibita virtù e celata promiscuità della nobiltà europea. 

Il  romanzo come lo intendiamo oggi sta prendendo sempre più forma e sostanza attraverso l’Europa, aprendo la via a quel Romanticismo che affonda le radici nel tardo barocco, pur prendendone accorate distanze. Ci vorrà il terzo millennio per sovvertirne i canoni, trame diradate e compiaciuto virtuosismo onanistico della letteratura ‘di livello’, scritta da pochissimi, per ancora meno. Esattamente come quello di Mme. De La Fayette. 

Del resto si sa, Marie Antoinette al popolo lanciava i croissant, mica i libri, in fondo, allora era analfabetismo tout court, oggi ci diamo un tono aggiungendoci che è funzionale, ma sempre quelli siamo, e abbiamo la letteratura che ci meritiamo. 

La Donna. 

Quando passa la Donna? Hai pagato la Donna? Lascia, lunedì pulisce la Donna.

La Donna sono io. Non ho nome, non ho vita, per tutti loro sono semplicemente la Donna, priva di volto, uno straccio in mano come unica conferma della mia identità.  

Non ci sono fatture a mio nome, ma post it gialli su cui segno a mano le ore Li lascio vicino al computer dell’architetto l’ultimo giorno del mese, e la volta successiva trovo una busta bianca, dentro solo contanti. A Natale cinquanta euro in più, ogni cinque anni un aumento. 

Tutti i lunedì e i giovedì mattina entro nel grande negozio, la temperatura è sempre la stessa, estate e inverno, e comincio a spolverare nella quiete della penombra.

Camere, soggiorni, cucine, salotti, armadi, mensole, scrivanie. Lenta e precisa, precisa e veloce, le dita appuntite a raggiungere gli angoli più scomodi dove la polvere ama nascondersi, osservo i ripiani laccati in controluce per assicurarmi che non sia rimasto neppure un granello, sposto i soprammobili di design, spolvero la superficie che occupavano, li appoggio con precisione millimetrica nella stessa, identica posizione di prima.

La Donna prima di me l’hanno mandata via per quello, all’architetto era venuta una crisi nervosa quando il suo sguardo si era posato su quello strano razzo fuori posto, dicono che serva a spremere le arance, ma io non lo so, come si possa spremere un’arancia su quel ragno di acciaio, non la vorrei bere, una spremuta d’arancia fatta con quel coso. Ma non ha importanza, nessuno mi chiederà mai di farlo. Il mio compito è semplice, devo spolverare e assicurarmi che il ragno di acciaio sia esattamente a quindici centimetri dall’angolo del piano di marmo, a salvare l’equilibrio del cosmo e la salute dell’architetto. È uno che si agita facilmente, l’architetto. 

Io spolvero il suo negozio pieno di mobili e cose superflue, a volte bellissime e altre volte parecchio brutte, di una bruttezza che però piace a quelli ricchi che le comprano. È il gusto del kitsch, mi ha spiegato una volta, una delle poche i cui mi abbia mai rivolto la parola per più di un distratto buongiorno. Io ho annuito a testa bassa, senza dire niente, e ho continuato a spolverare. Lui si è allontanato con un sospiro rassegnato, inutile sprecare tempo a parlare con me. 

Da dodici anni, due volte alla settimana, io spolvero tutte le stanze, una dopo l’altra, seguendo sempre lo stesso percorso. Tranne ad agosto. Ad agosto è chiuso. 

Mi muovo in silenzio, almeno finché non arriva il momento di accendere il pesante aspirapolvere, e a testa bassa, perché nessuno veda la luce nel mio sguardo. 

Chilometri e chilometri di pavimento lucido, decine di stanze artificialmente perfette, perfettamente pulite. 

Nessuno sospetta. Nessuno potrebbe. Nessuno immagina quante vite immaginarie ho trascorso lì dentro, quanti nomi e quante famiglie ho avuto.

Ogni volta che arriva una stanza nuova, dopo il fracasso dei montatori, dopo il chiacchiericcio fatuo della decoratrice, lontano dalle ricche e annoiate signore che cambiano mobili più spesso di quanto io cambi scarpe, quando torna il silenzio, io mi invento una nuova vita per quella stanza. Un nuovo nome. È sempre casa mia, che spolvero. 

Ho avuto figli e amanti, mariti e clienti. Ho cucinato risotti di pesce per sedici persone e rotto piatti immaginari contro le pareti di cartongesso. Ho consolato lacrime e versato bottiglie d’annata. Ogni stanza un nome, una storia, sempre nuova, sempre diversa, le vite immaginarie sono molto più interessanti e assai meno faticose del lento trascinarsi delle settimane che tutto il resto della gente definisce realtà.

Nella penombra silenziosa del negozio io spolvero e consumo vite immaginarie. Ogni stanza, una vita. 

Io sono la Donna. Sono una, nessuna, e centomila.