Ingegnere biochimico, operaio bottalista. 

L’ostinazione con cui LinkedIn mi manda gli aggiornamenti sulle ottocento offerte di lavoro (che aspettano solo me, noto ingegnere biochimico e operaio bottalista) proprio quando sono impegnatissima a darmi lo smalto sull’alluce destro di giovedì mattina, in procinto di andare al mare. Quel vocativo, e i miei sensi di colpa per essere qui e non là a inserire ordini&ordinare inserti: “Alessia, ci sono più di ottocento offerte di lavoro, lascia stare la pedicure, e vai a lavorare, parassita della società”. 

Dunque, smalto rosso scuro o aranciato? 

Ma io nel frattempo resto umile. 

Quando mi chiederanno, come alla Ferragni, di tenere una lectio magistralis in qualche università dell’Ivy League americana, potendo scegliere vorrei Stanford, perché suona meglio di Yale ed è più facile da pronunciare di Harvard, ecco, mi ricorderò di questo diciassette luglio duemiladiciassette, che tra l’altro è pure il mio onomastico, e con lo sguardo lievemente abbassato a sinistra di chi va rimembrando il tempo che fu, e il sorrisetto di chi affetta modestia, dichiarerò in un inglese dal forte accento italiano, che la cosa più bella di trovare il proprio nome sul quotidiano locale non è stata affatto la soddisfazione del mio primo racconto pubblicato senza pagare nessuno perché lo facesse, bensì il sollievo di trovarsi sul medesimo quotidiano locale di cui sopra senza essere in penultima pagina, tra i necrologi. 

Qualora la mia fama dovesse giungere postuma, ad estremo sigillo dell’autenticità della mia arte, incompresa dal becero pubblico contemporaneo, sarà ancora meglio, perché allora sarò comparsa davvero due volte, sul quotidiano locale, una a pagina trentotto e una nei necrologi. Ho già accantonato i cinquanta euro necessari, sono piegati stretti vicino alla dichiarazione di donazione degli organi. 

Hmpf, ha detto madre, dopo averlo letto, bello, eh, ma non ho capito il finale. Poco importa che il plot twist che dà senso al racconto sia proprio nel finale, questa incondizionata dichiarazione di sostegno passivo aggressivo materno è deliziosa tour court. Ah, ha detto marito, senza leggerlo. Nessuno è profeta in patria, ha commentato qualcun altro, e per fortuna che ci sei, o stasera alla Coop tra frutta sciroppata e acqua naturale nel cestino ci buttavo una lametta, accelerando fortemente la seconda e ultima apparizione sulle pagine del suddetto quotidiano. Neri, mi raccomando, un bell’articolo, nel caso, molto pulp. 

Tutto questo delirio per comunicare – con i toni sommessi e pacati che mi contraddistinguono- quanto segue: il mio racconto per il concorso Racconti d’estate è uscito oggi a pagina 38 del Giornale di Vicenza. 

Ma come si addice a tutti i futuri Pulitzer, io nel frattempo resto umile. 

Mi spaventano quelli che non sono qualcosa, ma. 

Non sono contro i vaccini, ma… Quando leggo questa frase mi scatta una specie di riflesso pavloviano verso il pulsante nascondi contenuti. Lo so, esiste il fenomeno della filter bubble, tale per cui tendiamo a seguire solo chi la pensa come noi, assecondati e spesso limitati da un algoritmo pericolosamente compiacente che nasconde certi contenuti e ne privilegia altri, più vicini ai nostri interessi e alle nostre opinioni, ed è sciocco limitarsi a leggere solo commenti e articoli che sostengono le nostre convinzioni. 

In merito ai vaccini, onestamente, nutro molti dubbi su questo delirio collettivo per cui saremmo cretini ad aver debellato malattie endemiche “naturali”: sono nel frattempo migliorate di molto le condizioni igienico-sanitarie, alimentari, il benessere ci ha reso più sani e più grassi, più resistenti a certe malattie e al contempo facili vittime di altre.

Ma non riesco a smettere di pensare che la moltitudine di medici laureati in medicina e specializzati in chirurgia, pediatria o quello che è, ecco, sia in malafede. 

Faticano a convincermi  i veementi j’accuse delle “mamme informate” in merito al fatto che la laurea in medicina preveda un solo esame sui vaccini e che quindi loro sono più preparate di un medico, più competenti, libere da influenze economiche o politiche. Ma siamo fuori di testa?? 

Io ho avuto un’infanzia fortemente medicalizzata, ai tempi in cui le relazioni con il pubblico non erano cortesi come sono oggi. Ho conosciuto medici del tutto insensibili, maleducati, arroganti, a volte incompetenti, medici  interessati solo alla gloria accademica e alle trecentomila senza fattura per sette minuti di visita superficiale. Ma ho conosciuto anche dottori e personale  di straordinaria umanità e competenza, e sono la maggior parte. Ce ne vuole di stomaco a fare quel lavoro, non si smonta mai, e io preferisco fidarmi della medicina tradizionale. Scientifica. Non certo infallibile, e sempre suscettibile di aggiornamenti, ma forse un po’ più attendibile e verificabile di un articolo da invasati complottisti. 

La violenza verbale nei commenti sotto a certi post, nonché le manifestazioni di migliaia di persone in piazza, il dilagare insomma di questa collettiva isteria antivaccinista, però, mi costringono a non limitarmi a decidere di avere ragione io e basta, bensì a leggere anche contenuti che vanno in direzione opposta. Il problema è capire quali. 

Non posso considerare attendibile il post antivaccinista di uno dei settecentomila siti che copincollano (male) pezzi di notizie farcendoli con una quantità spaventosa di banner e pop-up pubblicitari. Cui prodet? Si chiedono e ci chiedono gli antivaccinisti, riferendosi all’immenso giro di affari che le case farmaceutiche muovono grazie ai vaccini. Cui prodet, ovvero a chi giova, mi chiedo anche io, vedendo medici che tra un post e l’altro promuovono libri, eventi e cose a cui certo non partecipano gratuitamente. Perché qualcuno vuole così fortemente combattere i vaccini? Perché stiamo dibattendo come pazzi scatenati si questa cosa, dopo decenni di consolidata profilassi? Stiamo rincoglionendo del tutto? Pare di sì, a guardare sui social. 

Cui prodet me lo chiedo quando vedo l’ennesimo link sul tema e mi ritrovo aperte sei altre finestre di navigazione verso altri siti, senza che io abbia nemmeno cliccato niente. Il legittimo sospetto che qualche gestore possa aver pensato di sfruttare il tema caldo per raccogliere visite e soldi, soprattutto quando ti ritrovi senza manco accorgertene, iscritta a un servizio a pagamento di cinque euro alla settimana da cui sembra quasi impossibile uscire, ecco, mi viene. 

“Non sono contro i vaccini, ma” è una delle frasi che mi spaventano di più. È come “non sono razzista, ma”, dove il sottinteso è che non sono razzisti loro ma sono quegli altri a essere negri/terroni/ebrei/musulmani o quello che è. È lo stesso che dire “non sono omofobo, ma che facciano a casa loro quelle porcherie”. Sono ambiti diversi, chiaramente, non sto affatto dicendo che gli antivaccinisti siano omofobi o razzisti, e lo preciso perché non è vero che, come si dice qui, io sia responsabile di quello che dico e non di quello che capite voi, bensì sono completamente responsabile delle possibili interpretazioni sbagliate di quello che scrivo. 

In generale mi spaventano, quelli che non sono qualcosa, ma. Quelli che non è per i soldi, però: non è mica vero, è proprio e solo per i soldi. 

Quelli che dicono agli altri di svegliarsi, quelli che hanno capito tutto, che non hanno dubbi ma solo certezze. Preferisco quelli che si dichiarano ignoranti e contenti, quelli che almeno te lo dicono, che non gliene frega niente e di passargli la gazzetta.  Preferisco quelli che non si fanno domande solo retoriche, per le quali l’unica risposta corretta è la loro, quelli che non cercano di convertirti a tutti i costi. 

Non so dove stia la ragione, se ve ne sia una solamente o molte più di una. Per quanto mi riguarda, è  brutto da dire, ma a volte sembra, dai commenti dei più esagitati, che non vaccinarsi sia una specie di selezione naturale della specie. C’è da mettersi le mani nei capelli, e spegnere Facebook perché siamo ben oltre il limite di una follia che non merita elogi, bensì biasimo solamente. 

Alla francese. 

È stato per colpa di un bacio alla francese letto nella cronaca vicentina qualche giorno fa che m’è venuto da schiacciare quel tasto acquista su un classico della letteratura d’oltralpe, La Principessa di Clèves, che infinite pene addusse ai liceali francesi, a cui pure fu risparmiato quel ramo del lago di Como, e che nel cambio ci guadagnano eccome, a mio modesto avviso. 

L’ho letto velocemente come un tempo i romanzi in preparazione agli esami, saltando a piè pari e senza rimorsi i brani di descrizione delle intricate parentele di corte: non mi faccio scrupoli né remore nel farlo, ho una versione antologica delle letterature e tanto mi basta per navigare a vista. 

Questo romanzo, in italiano per Neri Pozza, (certezze poche, ma assolute) lo scrisse nel 1678 una certa Madame de la Fayette, amica di quel famoso François de la Rochefoucauld che ci permette di fingerci deliziosamente colti e coltamente arguti con le sue stilettate verbali copincollate da frasiecitazionipuntoorg. È ambientato, con un escamotage stilistico volto quasi sicuramente a evitare avvelenamenti di corte in pieno stile Angelica, qualche lustro dinanzi, nella corte di Luigi XIV, ed è, pare, il primo romanzo psicologico moderno, cosa che ho letto di almeno un romanzo per ciascuna letteratura europea: la stessa principessa di Clèves non può non ricordare la Madame de Tourvel delle Liaisons Dangereuses, da un lato, e l’insopportabile Emma Bovary, solo per dirne due. 

È insidiosa la Corte di Francia, lo sappiamo bene noi cresciute a Girelle Motta e Lady Oscar, eppure quanto è attuale questo gran discorrere d’amore senza tanto arrivare al dunque, queste lettere scambiate tra cortigiani, e il continuo, ossessivo occuparsi degli affari altrui, nell’epoca dell’amore via social network? Parlano tanto, concludono assai poco, o nulla, ricamando all’infinito su un semplice sguardo, un like, insomma. Si osservano a distanza, autoriferiti e inconsistenti come odierni YouTuber, confrontano le dame la loro influenza in pezzi di strascico della regina come metro di misura assai più antico e misurabile di un moderno hashtag, e si muovono in gregge. È venuto il crepuscolo degli idoli, è passata la Rivoluzione Francese, ma abbiamo ancora bisogno di regni e di regine, (e di navi, e di sigilli, e di scarpine, sì). 

Di lì a poco, nel 1740, in Inghilterra Richardson scriverà Pamela, dove al cattolico e francese gusto per l’abbandono del mondo da parte della principessa di Clèves-ormai vedova e libera di amare finalmente il suo duca di Nemours decide di entrare in convento e lo pianta lì senza pensarci sue volte- si sostituisce l’efficienza protestante di una virtù premiata dal matrimonio con il signorotto locale. Altro che quella sciacquetta di Lucia Mondella, poteva avere Rodrigo e le basta una coperta in testa per non riuscire a sposare Renzo Tramaglino, la virtù di Pamela è deliziosamente strumentale, e le permette di ottenere ciò che ad altre è concesso senza fatica e senza merito. 

Più soddisfazioni ci darà Jane, pochi decenni dopo, schizzando con mano abile e sguardo sottile i tratti principali di una ridicola Catherine Morland, di una antipatica Emma, una irritante Lydia Bennet, una credibile Elizabeth, una passionale Marianne, una gelida Elinor.Ma più di tutto sarà Fielding, con la geniale Shamela, parodia di colei che poi sugli schermi italiani si sarebbe trasformata in Elisa di Rivombrosa, a riequilibrare tutta quel cattolico manicheismo di esibita virtù e celata promiscuità della nobiltà europea. 

Il  romanzo come lo intendiamo oggi sta prendendo sempre più forma e sostanza attraverso l’Europa, aprendo la via a quel Romanticismo che affonda le radici nel tardo barocco, pur prendendone accorate distanze. Ci vorrà il terzo millennio per sovvertirne i canoni, trame diradate e compiaciuto virtuosismo onanistico della letteratura ‘di livello’, scritta da pochissimi, per ancora meno. Esattamente come quello di Mme. De La Fayette. 

Del resto si sa, Marie Antoinette al popolo lanciava i croissant, mica i libri, in fondo, allora era analfabetismo tout court, oggi ci diamo un tono aggiungendoci che è funzionale, ma sempre quelli siamo, e abbiamo la letteratura che ci meritiamo. 

Sinnerman

Oh, sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day
We got to run to the rock
Please hide me, I run to the rock
Please hide me, run to the rock
Please hide here
All on that day
But the rock cried out
I can’t hide you, the rock cried out
I can’t hide you, the rock cried out
I ain’t gonna hide you there
All on that day
I said rock
What’s the matter with you rock?
Don’t you see I need you, rock?
Good Lord, Lord
All on that day
So I run to the river
It was bleedin’, I run to the sea
It was bleedin’, I run to the sea
It was bleedin’, all on that day
So I run to the river
It was boilin’, I run to the sea
It was boilin’, I run to the sea
It was boilin’, all on that day

So I run to the Lord
Please hide me, Lord
Don’t you see me prayin’?
Don’t you see me down here prayin’?
But the Lord said
Go to the Devil, the Lord said
Go to the Devil
He said go to the Devil
All on that day
So I ran to the Devil
He was waitin’, I ran to the Devil
He was waitin’, ran to the Devil
He was waitin’, all on that day
I cried, power, power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Kingdom (power, Lord)
Kingdom (power, Lord)
Kingdom (power, Lord)
Kingdom (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)
Power (power, Lord)



Sia messo agli atti. 

Questo resterà alla storia come la prima volta in quattro anni che il mio secondogenito fa il riposino del pomeriggio senza polemiche, di spontanea volontà, sul divano. Se non temessi di svegliarlo ballerei la macarena. Naturalmente non farò nessuna delle settecento cose che immaginavo avrei fatto se mai avesse un giorno per miracolo dormito, e passerò le prossime due mezz’ore a guardarlo dormire di gusto. 4 luglio, col bene che ti voglio.