(si stiracchia le dita con discreto compiacimento, le appoggia sulla tastiera e attacca a scrivere convulsamente).

In  realtà qualche cosetta l’ho scritta, al volo dal telefono, una anche oggi pomeriggio, ma è da un pezzo che non mi prendo il tempo di un post cicciotto e prolisso come piace a me, nonchè naturalmente del tutto privo di un filo logico sensato e univoco.

Ho scritto moltissimo in un altrove che mi piace molto, e ho trascurato il blog. Pazienza.

Leggevo oggi su un post di Gikitchen, e pochi giorni fa altri due, di Justine e Zelda. sul riappropriarsi del blog evitando di passare sempre e comunque per i social, che fagocitano tutto quanto trasformandolo in cose vecchie e stravecchie un istante dopo che il povero/a malcapitato si è letteralmente estratto sangue dai polpastrelli per scriverle. Se una cosa la scrivi su Facebook hai subito quel minimo sindacale di like e commenti indispensabile a confortare il tuo povero ego traboccante fragile insicurezza, mentre sul blog no, il blog lo leggono pochissimi e buoni. Tra l’altro non pubblico più nemmeno i link sulla pagina, sul profilo ho smesso  da molti mesi di farlo, a volte copincollo pezzi anche lì, quando ho appunto bisogno di confortare il mio povero ego smarrito nella selva oscura, ma molto raramente.

Comunque, 5 dicembre. Sono appena uscita a portare fuori la plastica e l’umido, io approvo incondizionatamente la raccolta differenziata a livello prettamente teorico ma detesto farla dal punto di vista pratico, d’estate perchè l’umido puzza, d’inverno perchè come stasera, per citare la mia amica Taurus Littrow che non ha permesso a diversi anni di immersione nell’understatement del Nottinghamshire di intaccare in alcun modo la sua verace e autentica indole veneta, faceva un freddo canaja. Lessicalmente e foneticamente parecchio efficace, questa locuzione. freddo canaja.  In ogni caso, l’immane rottura di portare fuori ogni lunedì e martedì sera la spazzatura mi ha regalato dei cieli stellati che difficilmente avrei apprezzato divanata con gli occhi piantati nello smartphone o nel kobo, è bene tenerne conto; spesso alzando gli occhi al firmamento (non è cielo, con quelle stelle, è davvero un firmamento) mi tornano in mente le parole che Dante affidò al suo Ulisse in quel famoso maggior corno de la fiamma antica (di cui scriverà poi molti secoli dopo Primo Levi, che meraviglioso gioco di rimandi e incastri  la letteratura)

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza

In realtà non so perchè il cielo stellato mi ricordi proprio questo verso e non l’ultimo,

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Avrebbe più senso, ma quando mai io seguo il senso comune delle cose? (quanto ci piace sentirci originali, ostentare le nostre direzioni ostinate e contrarie, salvo poi tremare di terrore quando ci rendiamo conto di essere soli davanti alla vita e alla morte).

Comunque l’aria gelida di stasera sussurrava inverno, sono rientrata in fretta e tra poco scalderò una tazza di tisana, nella speranza di riuscire a dormire un po’ meglio di quanto io riesca a fare ormai da diverse notti a questa parte.

Tra le cose di cui avrei voluto scrivere in modo più approfondito ma che invece toccherò così di sfuggita c’è che ultimamente ho anche letto molto meno del solito, ora ho per le mani Uomini senza donne di Murakami, stasera ho visto un Kenzaburo Oe in offerta stracciatissima su kobostore e lo sto per prendere, insieme al nuovo BaModificarnum di Baricco e forse a qualcos’altro. Ho letto nei giorni scorsi un po’ di Bukowski, un romanzo di Paul Auster, Follie a Brooklin, e un libro molto, molto bello per me e immagino molto meno per molti altri sulla bellezza del latino, lingua solo apparentemente inutile. Regalare libri a una come me, in effetti, è molto difficile, me ne rendo conto. Però sono benvenuti tutti, i libri che scegliamo di regalare dicono molto di chi siamo, anche quando li scegliamo in base ai gusti della persona a cui sono destinati. Donare un libro è un gesto grande e insieme intimo, io lo facci osempre e solo con le persone a cui voglio davvero molto bene, e se non le conosco abbastanza bene per donar loro un libo che parli di loro, scelgo cose che parlino di me, o di ciò che io vedo in loro.

Poi, cambiando discorso, sono tristarella per Renzi, mi è piaciuto molto il discorso e mi sono piaciute le dimissioni, non credo che questa sia stata una sua sconfitta ma una sconfitta per il Paese, e trovo che ne stia uscendo vincente, lui. Questo è l’unico commento che io possa fare sulla situazione politica odierna, oggi ho evitato di stare su Facebook per la crescente insofferenza alle considerazioni di tanta gente che ovviamente ne sa molto più di me, oltre a quelli che erano infastiditi per i commenti di tutti sul referendum, risultando ancora più fastidiosi di coloro da cui erano tanto palesemente infastiditi. Io ho votato secondo coscienza, e sono riuscita a a farlo senza dare dell’idiota a nessuno, tantomeno pubblicamente, perchè non la pensava come me, trovo che sia qualcosa di notevole, modestamente.

Parliamo ora di cose veramente importanti, ora, ovvero la nuova canzone di Rovazzi, quello di andiamo a comandare, che è una roba molto astuta e paracula che ti si pianta in testa fin dal primo ascolto e non se ne va più, ma mi piace da matti per tutto quello che c’è dentro a questo tizio.

Rovazzi è puro Zeitgeist. Intanto è uno Youtuber (sì, anche io sono cresciuta in  un’epoca aulica in cui non esisteva una qualifica realizzata alterando il nome di un social network, ma gli youtuber esistono e sono in mezzo a noi, moderni ultracorpi che totalizzano milioni di visualizzazioni per fare i deficienti davanti a una videocamera, evidentemente nel modo corretto e non sfigato come lo farei io). Classe 94 (minchia, 94, Silvio c’era), nessun talento specifico, non sa cantare (e lo dice lui stesso), pompatissimo e costruito a tavolino, i testi ammiccano alla sottocultura pop contemporanea prendendo in giro esattamente il target che li ascolta, il quale impazzisce credendo di essere molto più intelligente di quanto non sia, perchè ovviamente sono sempre gli altri, MICA NOI. Funziona alla grande, e osservare queste dinamiche è sociologia pura, mi affascina un sacco.

Infine, last but abso-fucking-lutely not least nel ripido sentero che sempre più si inabissa nel baratro della confortante Fremdschämen (lett. vergognarsi per gli altri) di questo nostro terzo millennio è l’apoteosi del trash più sfacciato e infimo, pertanto quintessenzialmente sublime di  #riccanza, un capolavoro di Mtv in cui quattro disastrati rampolli megamiliardari iperviziati recitano malamente la parte di quattro disastrati rampolli megamiliardari iperviziati. Ovviamente funziona perchè ci sentiamo migliori di loro, perchè non possiamo che disprezzarli, invidiandoli per dei soldi che palesemente non meritano (una cosa alla Lapo Elkann, per capirci). 

É dai tempi del quiz di un sudatissimo Paolo Bonolis con tanto di Sellerona che sostengo con convinzione assoluta che l’unico scopo di alcune domande dei quiz fosse quello di farci sentire migliori di quelli che erano lì. Rassicuranti copertine di Linus, i quiz, i reality, tutto quanto. Nel caso di Riccanza il naming medesimo è un capolavoro di marketing, io sono sinceramente ammirata. Sponsor Bollinger, tra gli altri, mica puzzetta sotto il naso e allure francese.

É il segreto stesso del successo dei social network, permetterci di sentirci migliori di molti, e invidiare atrocemente tutti gli altri per le vite fasulle che pubblicano nella speranza di farci credere di essere migliori di noi.

Avrei molte altre cose da raccontare, come il fatto che ho finalmente scoperto come si chiameranno due dei personaggi di una storia a cui mi sono finalmente decisa a pensare, e a un nuovo incarico nella bibliotechina del paesino (tutto -ino, incluso il budget) in cui avrò il potere di scegliere alcuni dei libri, e la cosa mi esalta molto) ma è tardi, è molto tardi, e ho La Lettura di ieri recuperata oggi al volo in edicola dopo mezz’ora di leggerezza che mi aspetta, quindi per oggi

basta così.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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